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giovedì 5 marzo 2009

Desperate housewiwes? No grazie



Mamme e lavoratrici. Una lotta quotidiana a caccia dell'equilibrio perduto, riconquistato. In bilico perenne per bilanciare affetti e carriera, realizzazione personale e sensi di colpa atavici, figli, capo e compagni di vita. A raccontare un equilibrio possibile, raggiunto quotidianamente con fatica e fantasia dal 61% delle intervistate, è un sondaggio del mensile Psycologies. Un'indagine che racconta il nuovo rapporto delle donne con lavoro. Vissuto come libera scelta, in nome di una realizzazione personale a tutto campo che vede, ed è la prima volta, il supporto, la condivisione, la complicità del 75 % dei mariti d'accordo sull'attività della moglie. Anche se per le donne lavoratrici i sensi di colpa restano quotidiani anche perché i figli sembrano riottosi a lasciarle andare fuori: solo il 35 % appoggia la loro voglia di lavorare. Di tutto questo parlano oggi all'Università Cattolica di Milano psicologi e imprenditrici in occasione del convegno sull'Equilibrio tra lavoro e famiglia.Il sondaggio - Sono state intervistate 1908 donne. Il 46% è impiegata, il 20% libera professionista. Il 44% con un contratto full time a tempo indeterminato, il 19% indeterminato part time, il 14% tempo indeterminato, il 24% atipico (collaborazione, partita Iva).Perché lavorano - Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), non per necessità. L'occupazione rappresenta un piacere in più della metà dei casi (54%), è un'occasione di gratificazione personale (46%). Significa soddisfazione per il 56 % delle intervistate mentre è vissuto come necessità dal 44%.Identità e gratificazione - Il lavoro è visto come un vero e proprio segno di identità tanto che viene scelto dalla donna spinta dal desiderio di autonomia e indipendenza (78%), per dimostrare qualcosa a se stessa (10%) ed è vissuto come un'occasione di gratificazione personale, come un piacere dal 54% delle intervistate. Il tratto distintivo del lavoro è nel 48% dei casi il fatto di avere un'attività interessante e o utile, vedere riconosciuti i propri meriti nel 35% dei casi.Lavoro e famiglia - Solo il 40 % delle donne che hanno risposto al sondaggio smetterebbe di lavorare se potesse. E lo farebbe più per sé che per la famiglia. Nel 53% dei casi infatti, rinuncerebbe alla propria occupazione per dedicare più tempo a marito e figli, ma nel 56% per dedicare più tempo a se stessa.Casalinga e solitudine - Tra i motivi che portano le donne a non voler lasciare il lavoro l'idea che così perderebbero un'occasione di realizazzione personale 52%, la mancanza di stimoli culturali 24%, la mancanza di contatti col mondo esterno 37%. Insomma, poca voglia di diventare "desperate housewiwes".Compagni e figli - La scelta di lavoro è condivisa dal 74% dei partner mentre il consenso crolla quando si parla di figli. I ragazzi contenti di avere una mamma che lavora sono solo il 36%, convinti nel 29% dei casi che lei vada in ufficio soprattutto per necessità e non per soddisfazione 28%. Più realisti e consapevoli di cosa pensa la donna, sono i partners. Il 42% è persuaso che il lavoro per la moglie sia soddisfazione, necessità per il 40. Per le donne infatti la situazione è più netta: il 56% vive il proprio mestiere come soddisfazione e solo il 44 % come una necessità.
Fonte: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/mamme-lavoro/mamme-lavoro/mamme-lavoro.html?rss

giovedì 29 gennaio 2009

Una nuova ricetta contro il bullismo


Laddove esiste la violenza esiste anche un ambiente che, in qualche modo, la asseconda. Ed è proprio su quell’ambiente che bisogna soffermarsi se si vuole estirpare il problema della violenza alla radice, evitando l’utilizzo della forza e di punizioni più o meno efficaci. Una ricerca apparsa sulla rivista Journal of Child Psychology and Psychiatry, e capitanata da Peter Fonagy dell’University College di Londra, ha dimostrato che il miglior modo per combattere il bullismo nelle scuole non sia quello di soffermarsi su coloro che compiono atti di violenza, né sugli studenti che ne sono vittima, quanto piuttosto su coloro che stanno ad osservare, studenti o professori che siano. Utilizzando un nuovo approccio psicodinamico, il team di Fonagy ha sottoposto 4000 studenti di diverse scuole elementari a un programma della durata di tre anni in cui si invitavano gli stessi ragazzi a prendere consapevolezza del proprio ruolo nei confronti degli episodi di violenza, descrivendo e razionalizzando le proprie paure e il grado di empatia nei confronti degli studenti molestati. Nessuna punizione veniva inflitta a coloro che compivano atti di bullismo, e nessun tipo di supporto veniva offerto a coloro che subivano angherie. A tre anni dall’inizio del programma, i risultati dello studio hanno mostrato una significativa diminuzione degli episodi di violenza e di bullismo nelle scuole che avevano adottato il programma rispetto alle scuole di controllo, in cui gli studenti vittime di bullismo ricevano un supporto psicologico continuo. Secondo Fonagy, la ricerca dimostra come la migliore arma contro il bullismo sia rappresentata dalla consapevolezza, sia del proprio ruolo che di quello degli altri, nei confronti degli atti di violenza. Nessun bisogno di intervenire come paladini della giustizia in aiuto dei compagni molestati, quindi, ma solo cercare di non chiudere i propri occhi, facendo finta di niente. Fonte: Fonagy P et al. A cluster randomized controlled trial of child-focused psychiatric consultation and a school systems-focused intervention to reduce aggression. Journal of Child Psychology and Psychiatry 2009; DOI: 10.1111/j.1469-7610.2008.02025.x
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=24326

lunedì 19 gennaio 2009

Psicologi: vivere a Napoli causa traumi


Vivere a Napoli causa "traumatizzazioni metropolitane" Questo disturbo è dilagante anche tra gli studenti napoletani Le paure più frequenti: risse (28%), molestie (25%), aggressioni (24%) e incidenti stradali (23%). Questi alcuni dati emersi oggi dal convegno dell'associazione 'Psicologi per la responsabilità sociale della Campania'. L'organismo è impegnato a promuovere studi, azioni e ricerche sulla qualità della vita.
Per gli psicologi - si spiega in un comunicato - la paura è un'emozione che colpisce in misura variabile ogni essere umano lasciando molto spesso tracce indelebili nella sua mente, tracce che possono riemergere in forma più o meno drammatica sia a livello cosciente che nei sogni. La paura è un fenomeno che può generare grossi problemi di adattamento e che in casi estremi può dare la morte alla persona che ne è vittima.
"Abitando a Napoli - spiega il presidente dell'associazione, Raffaele Felaco - abbiamo potuto concettualizzare questo disturbo, una vera e propria 'traumatizzazione metropolitana' dovuta ad una serie di fattori economici e sociali". Tra gli aspetti più interessanti emersi dagli studi condotti dall'associazione, compaiono certamente le paure più frequenti tra gli studenti napoletani. Il 28% del campione ha paura di essere coinvolto in una rissa, il 25% di subire delle molestie ed il 24% di essere rapinato.
Il timore che il figlio incorra in un incidente stradale è del 23% dei genitori napoletani, mentre si colloca solo al quarto posto per i ragazzi. L'11% del campione esaminato, inoltre, è condizionato dalle paure conseguenti a episodi traumatici anche per più di 1 anno e il 20% evita attivamente di frequentare alcuni quartieri della città, perché ritenuti maggiormente a rischio.
"Vivere in queste condizioni - prosegue Felaco - genera uno stress specifico che può condurre a graviconseguenze per le quali diventa necessario l'intervento dello psicologo. La straordinaria frequenza della preoccupazione di essere coinvolti in risse - conclude il Presidente - determina uno stato di attivazione aggressiva/difensiva perenne in quanto l'evento violento è estremamente probabile. Questa attivazione non può non avere un riverbero su tutte le esperienze della vita quotidiana, dalle interazioni sociali alle attività pedagogiche".
Fonte: http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/12_dicembre/10/campania_psicologi_vivere_a_napoli_causa_traumi,17179533.html?pmk=rss

sabato 17 gennaio 2009

Giuridica "mente"



Giuridica "mente" è un servizio di consulenza psico-giuridica e di orientamento alla formazione professionale che Andromeda Associazione Culturale mette a disposizione dei suoi utenti.





  • Un unione di saperi per un'analisi seria e completa delle problematiche familiari, sociali o inerenti la formazione che si deve intraprendere, per accostarsi ad una professione e per essere pronti ad entrare (o rientrare) nel mondo del lavoro


  • Un nuovo modo di affrontare e gestire i conflitti esistenziali o disagi relazionali, relativi alla sfera personale e lavorativa e di una loro risoluzione


  • Un nuovo percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista di/o in seguito ad un procedimento di separazione o divorzio


  • Un nuovo modo di entrare in contatto con le leggi, comprendendone significato e conseguenze


  • Un team di professionisti (mediatori, avvocati, counsellors, formatori) in grado di assistere i singoli, le coppie e le famiglie a 360 gradi

    La Redazione di Andromeda Associazione Culturale esamina le richieste di consulenza ricevute tramite l'apposito modulo e risponde direttamente all'indirizzo e-mail del mittente, cercando di dare una risposta più pertinente, utile ed esauriente al quesito proposto.
    La richiesta deve essere formulata con la massima precisione e con tutti gli elementi necessari per la comprensione del problema.

    Nella consulenza non vengono dati consigli, ma si cerca di favorire la comprensione dei problemi da parte delle persone coinvolte, per facilitare cambiamenti e risoluzioni delle situazioni di difficoltà. La Redazione invita ad essere il più esaustivi possibile nel presentare la domanda di consulenza.
    In ogni caso, per eventuali chiarimenti, vi invitiamo a contattare direttamente la responsabile dell' Associazione (dott.ssa Rosalia Rossi - Tel. 338 181 60 46, ore 17:00/20:00) che sarà lieta di fornire ogni possibile spiegazione.


Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda