Visualizzazione post con etichetta associazione andromeda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta associazione andromeda. Mostra tutti i post

martedì 28 aprile 2009

Tecnologie collaborative per i bambini

La tecnologia può favorire lo sviluppo di competenze comunicative nei bambini e contribuire allo sviluppo cognitivo e sociale in generale? Ed in particolare, la tecnologia può venire incontro alle grandi speranze dei genitori dei bambini autistici? Alcune risposte a questi interrogativi verranno dai risultati di “COSPATIAL”, un progetto europeo appena avviato, coordinato dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento, dedicato alla messa a punto di tecnologie collaborative per la promozione dell’apprendimento di competenze sociali da parte di bambini e ragazzi con sviluppo tipico o con autismo. Un esempio: due bambini giocano con un puzzle elettronico e si rendono conto che ogni tessera sul tavolo digitale può essere spostata solo se entrambi vi appoggiano contemporaneamente le mani e la trascinano insieme. Piccoli gesti che acquistano un significato ben più profondo, se si condividono pensieri ed emozioni.L’obiettivo principale del progetto è quello di sviluppare una struttura di lavoro basata sulle relazioni tra il modello teorico della Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) e le funzionalità delle nuove tecnologie collaborative in modo da poter utilizzare queste relazioni per verificare l’acquisizione ed il potenziamento di competenze sociali nei bambini. In particolare COSPATIAL si indirizza verso due tipi di tecnologie che in studi precedenti hanno mostrato buone potenzialità nel migliorare le abilità sociali: ambienti collaborativi virtuali e superfici attive condivise.Il programma di ricerca COSPATIAL sarà coordinato per i prossimi tre anni da Massimo Zancanaro, responsabile dell’Unità “Intelligent Interfaces and Interaction” al Centro “Tecnologie dell’Informazione” della FBK e prevede la partecipazione delle Università di Nottingham (UK) e Birmingham (UK) che in particolare si dedicheranno ad applicazioni basate sulla realtà virtuale, di Haifa (Israele) e Bar Ilan (Israele) che approfondiranno la sperimentazione in ambito clinico. Alla FBK saranno sviluppate delle superfici digitali interattive (da tavolo o da parete) sulle quali bambini e ragazzi potranno interagire per giochi condivisi o la creazione di favole e storie, sulla base di programmi educativi elaborati da un team composto da psicologi, educatori, insegnanti e terapisti.La fase finale del progetto comporta la validazione delle competenze sociali acquisite attraverso le tecnologie, anche in compiti precisi del mondo reale: le strategie collaborative apprese nel contesto tecnologico (paragonabile ad un laboratorio) possono essere generalizzate ad altri ambienti, strutturandosi nelle abilità sociali del bambino? Dal punto di vista del modello teorico della CBT la competenza sociale si configura come un costrutto multidimensionale che correla tra loro competenze emotive, cognitive e comportamentali per affrontare in modo efficace le richieste e le pressioni quotidiane in diverse situazioni sociali ed influenza l’abilità del bambino ad apprendere in contesti educativi formali ed informali.Seguendo il percorso dello sviluppo emotivo ipotizzato da Piaget, non appena i bambini diventano capaci di interagire con i loro pari, si stabiliscono rapporti di cooperazione in cui teoricamente nessuno può imporsi agli altri, in quanto ancora non esistono differenze significative di potere o di autorità. Ciascun bambino è allo stesso tempo indotto a comprendere il punto di vista degli altri, mettendosi nei loro panni (principio base dell’empatia) e a far sì che gli altri capiscano il suo, entrando in un circolo di mutuo rispetto. Martin Hoffman, docente di psicologia alla New York University, autore di una teoria psicologica sullo sviluppo sociale che mette al centro la nozione di empatia, amplia ulteriormente i concetti espressi da Piaget. “Nei contesti di cooperazione, i bambini giungono a costruire spontaneamente, attraverso una serie di aggiustamenti o di una esplicita negoziazione, sia delle regole relative ad aspetti più o meno specifici dei loro giochi (ad esempio riguardo all’ordine in cui cominciare, o al come assegnare i ruoli in un gioco di gruppo), sia dei principi generali di giustizia, fino a capire la necessità di trattare gli altri come essi vorrebbero essere trattati - scrive Hoffman nel saggio “Empatia e sviluppo morale” (il Mulino), opera che raccoglie trent’anni di ricerche in campo sociale. “Il rispetto di queste regole e di questi principi deriva, a questo punto, dalla sensibilità dei bambini per i sentimenti per gli altri e dal desiderio di continuare a mantenere con essi dei rapporti basati sulla collaborazione e il mutuo rispetto”, conclude lo psicologo.
Articolo di ROSALBA MICELI, tratto da: http://www.lastampa.it/





Gli effetti positivi della videocomunicazione

Secondo uno studio presentato in questi giorni da Cisco, intitolato “Successful Video Communications” e condotto da Pearn Kandola con l'obiettivo di analizzare la psicologia della comunicazione nel mondo business, le applicazioni per la videocomunicazione aiutano le discussioni nei meeting online, rafforzano le relazioni e migliorano il rapporto fra le persone.Tuttavia, evidenzia lo studio, per alcuni soggetti, la comunicazione in video ha ancora l'effetto di aumentare il livello d'ansia e di inibizione: perché diventi uno strumento di comunicazione efficace, è importante che le imprese aiutino i loro dipendenti a sviluppare competenze adeguate per sfruttarla al meglio.La comunicazione video sta diventando una norma fra i team dispersi geograficamente e rappresenta un'alternativa fattibile agli incontri di persona. Importante è però stabilire come abbattere le barriere psicologiche che ne ostacolano l'uso, e come le persone possano sviluppare la necessaria familiarità, fiducia e tranquillità per usarla regolarmente.La ricerca evidenzia quali effetti l'utilizzo del video possa avere su persone con diversi tipi di personalità, analizzando sei differenti figure.
Leader/ Dominatore: colui che guida il meeting. La possibilità di vedere tutti i partecipanti alla riunione riduce il rischio che egli domini eccessivamente la discussione.
Energetico/Distratto: il video rende più stimolante la situazione, riducendo i momenti di distrazione e aumentando l'impegno.
Pensatore/Sfuggente: riflette in modo approfondito sui temi in discussione. Potendo cogliere i segnali visivi, si riduce il rischio che i suoi momenti di riflessione siano interpretati scorrettamente come disimpegno.
Amichevole/Chiacchierone: rischia di parlare troppo al posto degli altri o di provocare digressioni rispetto al tema in agenda. La possibilità di vedere i colleghi fornisce un contesto per interpretare le pause naturali della conversazione, riducendo il loro bisogno di “riempire” i momenti di silenzio.
Creativi / Astratti: caratterizzati da una grande ricchezza di creatività e di idee audaci, restano più ancorati alla discussione grazie alla maggiore ricchezza di interazione.
Atterratori/Ostruttivi: il video dà loro una presenza visiva durante le riunioni, aiutandoli a fare ascoltare le proprie opinioni senza dimostrarsi troppo ostruttivi.
Ma non è tutto. Secondo lo studio, la comunicazione video può aiutare ad accelerare la costruzione della relazione in culture differenti, ad esempio tra quelle cosiddette “ad alto contesto” quali quella cinese, giapponese e mediorientale - in cui la relazione si basa sull'integrità e sul valore dato all'interazione sociale e quelle “ a bassa distanza”, come accade in Paesi quali Germania, Svezia, Danimarca, in cui generalmente fra colleghi ci si relaziona in modo paritario, al di là della posizione formalmente detenuta in azienda.Lo studio ha poi tracciato un'analisi delle diverse tipologie di comunicazione video, evidenziando quali sono i contesti ai quali meglio si adatta.
Video telefonia: viene utilizzata nelle comunicazioni quotidiane. Facile da usare; la qualità del segnale video può ridurre la trasmissione dei segnali visivi.
Video conferenza basata su web - Usata nelle riunioni di team con individui distribuiti geograficamente ed in incontri con persone esterne al gruppo. E' ampiamente accessibile; le piccole dimensioni delle immagini rendono difficile cogliere i segnali visivi.
Video conferenza - Incontri di gruppo con una o due persone in ognuno dei luoghi connessi. Qualità video migliore rispetto alle webcam, ma può essere insufficiente a cogliere i segnali più sottili. La qualità audio può risentire negli incontri con tanti partecipanti.
Telepresenza - Utile per mantenere vive relazioni di alto livello a distanza. Più vicina all'esperienza di incontro dal vivo, le immagini a dimensioni reali veicolano il linguaggio del corpo e i gesti.
Articolo tratto da: http://www.ilsole24ore.com/


Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

mercoledì 22 aprile 2009

71% universitari non conosce parola stalking

Stalking, questo sconosciuto. Il 71% degli studenti universitari italiani, infatti, non sa cosa significhi questa parola e cioè tutti quei comportamenti persecutori, gli atteggiamenti minacciosi, ossessivi e di controllo nei confronti di una vittima che può essere un ex partner, un conoscente occasionale o un perfetto estraneo. A evidenziarlo è una ricerca condotta dall’Osservatorio nazionale sullo stalking (Ons) di Roma su 800 giovani di 16 Facoltà dell'ateneo capitolino 'La Sapienza'."E' allarmante - commenta Massimo Lattanzi, psicoterapeuta e fondatore dell'Ons - il gap fra la portata del fenomeno e il suo grado di conoscenza, soprattutto fra le nuove generazioni. E' un problema che coinvolge anche i più giovani, ma di cui proprio loro hanno poca consapevolezza: a seguito di chiarimenti sulle forme dello stalking, infatti, il 12,7% degli studenti intervistati si è riconosciuto vittima, il 4% autore". Fra chi dichiara di essere vittima di stalking, il 16% ha subito un grave trauma come la perdita di un familiare (33%) o la separazione dei genitori (28%). Il trauma da 'abbandono', dunque, sembrerebbe inibire o ridurre la capacità, fra le vittime, di riconoscere l’atteggiamento dello stalker o di intraprendere comportamenti difensivi adeguati. E questo anche in virtù del rapporto di familiarità spesso esistente fra stalker e vittima: in otto casi su 10 i due si conoscono. Bassa è poi la propensione alla denuncia da parte degli intervistati: secondo la ricerca solo il 17% racconterebbe le molestie subite. E le motivazioni sono le più svariate: il 26% preferirebbe aiutare lo stalker piuttosto che farlo arrestare; il 13% ha paura di aumentarne l’aggressività e peggiorare la situazione; il 7% ritiene di non essere creduto e un ulteriore 7% crede che si tratti di fatti non gravi. Fabio Roia, componente del Consiglio superiore della magistratura, esprime "apprezzamento per l’introduzione in Italia di una normativa sullo stalking che preveda e punisca condotte persecutorie. E' un provvedimento che riempie un vuoto giuridico che non consentiva di intervenire in tutti i casi di attività insidiose". Prima dell’approvazione del decreto legge voluto dal ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, "occorrevano sforzi interpretativi da parte dei pubblici ministeri o, paradossalmente, atti aggressivi più gravi per consentire un intervento efficace sotto il profilo cautelare e di protezione della vittima. Per il futuro, per meglio rispondere all’esigenza di tutela della vittima occorrerà creare un sistema di intervento 'in rete' che veda la collaborazione di comparto pubblico, privato sociale, forze di polizia specializzate e autorità giudiziaria appositamente formata". Sono 1.139.000 le donne (dati Istat 2006) che nel nostro Paese sono state vittime di stalking nel corso della loro vita. Se a esse si aggiungono coloro che hanno subito, oltre allo stalking, anche violenze fisiche e sessuali, si sale all’allarmante cifra di 2 milioni e 77 mila vittime. Nell’80% dei casi, secondo l’Ons, le vittime sono donne e la durata media delle persecuzioni è di circa un anno e mezzo. Circa il 70% di chi ha subito stalking, ha avuto conseguenze a livello psico-relazionale spesso gravi, ma solo il 17% ha sporto denuncia alle Forze dell’Ordine.
http://www.adnkronos.com/IGN/Salute/?id=3.0.3120525553


Introduzione alla Mediazione Familiare Relazionale-Sistemica

MEDIAZIONE:"attività di chi si interpone tra due o più persone per facilitarne le relazioni e gli accordi""Azione svolta da terzi per il raggiungimento di un incontro e di un accordo...MEDIATORE:"persona o ente che intervenga per determinare l’incontro e l’accordo di due parti""elemento determinante nello stabilire un rapporto di conciliazione o di compromesso "
Nel vocabolario di latino "MEDIUM" sta ad indicare "ciò che sta nel mezzo" o anche "sforzo intermedio o interno".Da tali definizioni emerge la necessità della presenza di un terzo (imparziale) a svolgere la funzione di mediazione e due finalità della stessa:"l’incontro" e "l’accordo".L’azione del mediare è sempre posta tra almeno due parti e il mediatore diviene un canale, una via di comunicazione preferita quando il rapporto è difficile.Chi sta vivendo un conflitto sa bene quanto sia difficile uscire dal vissuto emotivo per instaurare un registro di razionalità che permetta di poter discutere del problema, il riferimento ad un terzo è quindi una garanzia, un mezzo appunto di comunicazione. Il terzo rappresenta l’istanza razionale, la possibilità di spostare il conflitto da un piano emozionale ad uno di possibile analisi ed elaborazione. Il tentativo, quindi, della mediazione sistemica-relazionale è quello di:
a) creare uno spazio, una prospettiva dalla quale poter vedere la cosa in modo diverso, un luogo virtuale nel quale potersi incontrare, riconoscendo che cosa sta succedendo e che cosa si sta giocando; b) la capacità di interrompere la catena delle reazioni emotive, di separarsi dalle emozioni per poterle riconoscere (ciò spiega il perché la mediazione familiare è spesso considerata un intervento specializzato di counselling). La mediazione familiare è una metodologia di aiuto alla coppia in un momento particolare del ciclo vitale della famiglia, cioè in un momento di crisi (dover affrontare un evento critico del ciclo vitale). Essa può essere utilizzata nei vari momenti del processo di crisi: a) nella fase della presa di decisione (se separarsi o meno);b) nella fase legale della separazione;c) nella fase post-sentenza;d) durante il lungo processo di elaborazione psicologia del "lutto";e) in occasione della revisione dell’affidamento dei figli. La mediazione familiare, offre alla coppia un contesto strutturato, con la presenza di un terzo elemento neutrale (imparziale), "il mediatore", atto a favorire le potenzialità evolutive della crisi e del conflitto, in particolar modo in funzione dello sviluppo e della maturazione dei figli, rendendo i genitori protagonisti delle decisioni che riguardano la relazione affettiva ed educativa con i figli.
Elemento centrale di ogni mediazione è quindi l’assunzione o la riassunzione della responsabilità genitoriale da parte della coppiaed il rifiuto della delega ad un terzo, sia esso un giudice o un consulente.
La mediazione riapre uno spazio comunicativo all’interno della coppia separata, permettendo di ridefinire confini e relazioni e quindi di raggiungere accordi che siano fondati, stabili il più possibile nel tempo perché nati da una consapevolezza; spesso accade, invece, che gli accordi legali siano generici e superficiali o, in caso di elevata litigiosità, siano delegati dalla coppia ad un terzo esterno, cioè ad un giudice, che si assume, utilizzando strumenti talvolta non adeguati, la responsabilità decisionale che di fatto spetterebbe ai genitori. Dove è nata la MediazioneLa mediazione è nata negli USA; inizialmente si parlava di mediazione per le controversie di lavoro, nel periodo della prima guerra mondiale, poi il concetto si è molto esteso, allargandosi alla mediazione familiare; questo intervento è nato come reazione al modo in cui venivano affrontate nella cultura legale americana le separazioni ed i divorzi, esasperando cioè la conflittualità e la competizione. Nella coppia ci doveva sempre essere un vincitore e un vinto, gli avvocati, per motivi economici, si occupavano soprattutto di far raggiungere quel certo "oggetto" del contendere, non si occupavano né dei membri della coppia (il vissuto psicologico, la sofferenza e il dolore che la rottura del legame comporta, non veniva affrontato), né dell’interesse dei figli minori. Un gruppo di avvocati e di terapeuti, che avevano subito sulla propria pelle separazioni molto drammatiche per sé e per i propri figli, nel corso degli anni ’70, crearono la mediazione familiare: cito in particolare due personaggi, che sono un po’ i padri della mediazione familiare, Kubler (avvocato, il primo che mette a punto un modello di mediazione strutturata) e Haynes (terapeuta sistemico-relazionale che dà una veste di tipo terapeutico a questo intervento). Dall’America la mediazione si è diffusa prima in Canada, poi dal Canada in Francia e quindi in Europa. La Mediazione in Italia“La Mediazione Familiare, in materia di divorzio o di separazione, è una procedura in cui un terzo, neutrale (imparziale,n.d.a.) e qualificato, viene sollecitato dalle parti per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente. Il ruolo del mediatore familiare è quello di portare i membri della coppia a trovare da sé le basi di un accordo durevole e mutuamente accettabile, tenendo conto dei bisogni di ciascun componente della famiglia e particolarmente di quelli dei figli, in uno spirito di corresponsabilità e di uguaglianza dei ruoli parentali” (APMF, 1990). La “Mediazione Familiare”, come si evince dalla definizione pubblicata in Francia nel 1990 dall’Associazione per la Promozione della Mediazione Familiare, è un tipo di intervento volto alla riorganizzazione delle relazioni familiari ed alla gestione o attenuazione dei conflitti in caso di separazione o di divorzio, attraverso l’aiuto di un terzo “imparziale”, il mediatore, competente sia in materia legale che in materia sociopsicopedagogiche.In Italia la Mediazione nasce a Milano presso la Gea, Genitori Ancora, come associazione di mutuo-aiuto costituita da genitori separati che si aiutavano a vicenda. Da questo gruppo, che man mano si è specializzato nelle disciplini giuridiche e psicologiche, nasce la SIMEF, Società Italiana di Mediazione Familiare. La Simef, i cui fondatori sono stati Bernardini e Scaparro, è costituita principalmente da medici e psicologi che operano nel campo familiare. Nello stesso anno, 1975, con De Bernard, Russo, nasce l’A.I.M.S. (Associazione Internazionale Mediatori Sistemici)L’A.I.M.S. si sviluppa all’interno degli Istituti di Terapia Familiare, maggiori sono quindi le sedi e diverse le figure professionali (psicologi,pedagogisti, sociologi, medici, avvocati, ass.sociali, insegnanti) che, accomunate dall’ottica sistemico-relazionale, vi aderiscono.
Le parole chiave che ricorrono nell’ottica sistemico-relazionale sono: Comunicazione; Conflitto; Apprendimento; Relazione.

La comunicazione, letteralmente “far comune ad altri ciò che è nostro”, è alla base della relazione in quanto “è impossibile non comunicare”. La psicologia sistemica-relazionale ci insegna che noi possiamo esistere solo se siamo riconosciuti: questo bisogno, che ci accompagna per tutta l'esistenza viene soddisfatto attraverso un continuo “dialogo” (dià=tra + lògos=parola, discorso).Il bisogno di “sentirsi riconosciuto” emerge con chiarezza durante le vicende legate ad una separazione legale: si ricorre al giudice per un “riconoscimento” (il ruolo di padre o di madre), per un “risarcimento” (l’altro mi deve ripagare quanto fatto)…e in questo gioco collusivo del “sentirsi riconosciuti” cadono quanti, chiamati in causa (avvocati, psicologi, consulenti, mediatori), non solo colludono con le parti ma confliggono con gli altri operatori “pur di non riconoscergli un ruolo” nella gestione della vicenda.Il conflitto è mancanza di relazione o di comunicazione. Il litigio, le scenate o le sceneggiate cui assistiamo, costituiscono soltanto l’espressione esterna, il “sintomo” di un disagio o di una difficoltà più profonde. L’apprendimento è una condizione biologica di sopravvivenza di un sistema. Ogni sistema è sempre un sistema in evoluzione, l’evoluzione può essere in positivo o in negativo. Un sistema in conflitto, quindi, è un sistema in cambiamento, da una fase precedente ad una fase nuova (crisi).La relazione, dal latino res+azione, significa portare una cosa insieme, una cosa nuova che è il “noi”, non più l’Io o il Tu. Il Mediatore utilizza la Relazione per aiutare le parti a gestire il Conflitto e quindi avviarle verso un Apprendimento.Il mediatore familiare, così come cita l’art.4 del Codice deontologico dell’APMF, deve possedere una competenza tecnica in una professione legata alle scienze umane e/o giuridiche (psicologo, pedagogista, assistente sociale, avvocato,etc.) per poi seguire una formazione specifica in mediazione familiare (della durata di 240 ore), coadiuvata da continui corsi di aggiornamento e da una costante supervisione.Il ruolo del mediatore familiare non è quello di aiutare la coppia a mantenere la loro relazione (psicoterapia), né quello di dirigere le parti verso un’intesa (consulenza legale), ma, come cita la definizione, è quello di lavorare “insieme” alle parti coinvolte aiutandole a gestire il conflitto, così che siano le parti stesse a negoziare accordi soddisfacenti e duraturi e/o a rivederli.Le parti coinvolte in un conflitto, infatti, se opportunamente supportate, sono in grado di assumere decisioni riguardo la propria vita più di quanto possa fare un’autorità esterna (come per esempio un arbitro, un negoziatore puro, o un giudice) e rispettano di più le decisioni se essi stessi hanno contribuito al loro raggiungimento e se accettano il procedimento che ha condotto all’accordo. Il mediatore sa che di per sé il conflitto non è una malattia, ma che un conflitto non gestito è pericoloso. Spesso, infatti, un conflitto è generato dal fatto che le parti non sanno come affrontare e gestire un problema,quindi, dalla incapacità a definirlo.Non dobbiamo dimenticare che, il clima emotivo su cui il mediatore interviene, è quello di una separazione, e che non esistono “buone separazioni” ma “separazioni meno dolorose”.Chiudere la propria storia affettiva significa, inevitabilmente, veder crollare tutti gli investimenti, le aspettative, i desideri, di cui, in quanto “storia”, la relazione di coppia è stata nutrita. Se in un primo momento la mediazione familiare offre agli ex-coniugi uno spazio di discussione, di riflessione e di elaborazione della propria conflittualità, così da raggiungere un minimo accordo da presentare al giudice, in un secondo momento offre un’area di ridefinizione del ruolo genitoriale, un nuovo modo di vivere e condividere la genitorialità che prescinde dal loro essere stati coniugi e che riguarda i sentimenti di paternità e maternità.Dal punto di vista giuridico “il bambino ha il diritto ad avere due genitori” e questi hanno “la stessa dignità genitoriale”.Una buona mediazione familiare, oltre ad evitare ai figli quella “penosa situazione” che porta a vedere i genitori “incapaci e bisognosi” di un terzo (il giudice) che dica loro come comportarsi, evita, al giudice stesso, o ai consulenti tecnici d’ufficio, di dover scavalcare la “dignità genitoriale” decidendo quale dei due è il “genitore di serie A” (affidatario). Aiutare gli ex-coniugi a gestire il conflitto, “due” genitori a trovare le soluzioni più adeguate per tutti, in particolare per la parte debole del sistema familiare, è il compito di quanti lavorano nella Mediazione Familiare.
"Introduzione alla Mediazione Sistemica-Relazionale e Familiare", tratto in data 21-04-2009 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi


Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

giovedì 16 aprile 2009

Atti Mancati

A mettere in fila gli avvenimenti degli ultimi giorni, dalle ultime settimane, si ha l’impressione di assistere ad una sequenza di atti mancati. Fatti che avrebbero dovuto esserci e non ci sono, parole che avrebbero dovuto esserci e non ci sono. Un’assenza che pesa, lascia stupiti.A partire dalla vicenda brasiliana: una bambina di nove anni, da tre vittima della violenza del patrigno, che abusava sistematicamente di lei. Finchè la piccola non si è ritrovata incinta di due gemelli. Una creatura di nove anni, una manciata di chili e di tormenti, che ha dovuto imparare troppo presto quanto la vita possa essere infame. L’ha provato sulla sua pelle, una pelle troppo giovane, troppo, per sopportare oltre, troppo giovane per tollerare l’imposizione di una maternità figlia di prolungate violenze, troppo giovane per rischiare la propria vita portando avanti la gravidanza.
La bambina è stata presa in cura da un medico. Un medico che pensa, come vuole la legge, che non si debba obbligare una donna, e tanto meno una bambina, a mettere al mondo il frutto di uno stupro. Un medico che sapeva perfettamente quale rischio corresse la vita di quella bambina, se avesse portato avanti la gravidanza. Un medico che, insieme alla madre della piccola, ha interrotto la gravidanza.Una vicenda terribile, che ha avuto un epilogo che ha lasciato attoniti tanto i medici quanto i giornalisti che hanno seguito la vicenda. José Cardoso Sobrinho, arcivescovo di Olinda e Recife, ha scomunicato la madre della bambina e i medici che si sono occupati di lei. La bambina no, perchè troppo giovane per una scomunica, anche se abbastanza grande, per monsignor Sobrinho, per affrontare un parto gemellare che avrebbe messo a rischio la sua vita. Quasi un’espiazione per la “colpa” di aver subito violenza. Perchè, per la Chiesa, l’abuso sessuale viene commesso CON la vittima, non CONTRO la vittima. Basta leggere il Crimen sollicitationis. E dunque la vittima è, ai loro occhi, colpevole quanto chi l’ha abusata.
Forse per questo quella carità cristiana, quella comprensione, quell’abbraccio consolatorio che ci si aspetterebbe dalla Chiesa, non c’è. Non c’è mai. E quell’assenza, quell’atto mancato, pesa.Così come pesa la distanza sempre più grande, incolmabile, che le gerarchie vaticane continuano a scavare tra la Chiesa istituzionale, quella con la maiuscola, e la chiesa dei fedeli, la comunità dei credenti. Una Chiesa cieca e sorda, distante dalla quotidianità delle persone comuni, lontana dalla vita. Una Chiesa arroccata nei palazzi affrescati che non immagina, non può immaginare, cosa sia la vita in una capanna di fango e paglia o in due camere allo Zen di Palermo, alle Vele di Scampia. Una Chiesa ammantata di ermellini e in scarpe di Prada che non immagina, non può immaginare, cosa sia rattoppare scarpe bucate e vestiti smessi da qualcun altro o morire di freddo sotto una coperta di cartone. Una Chiesa lontana quanto non è mai stato lontano Cristo.
Bastano le recenti parole del Pontefice, a confermarlo. Parole dette durante il volo che lo portava in Africa, un continente che vede milioni di suoi figli morire ogni anno per AISD. L’AIDS “non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema“. Parole pronunciate durante l’intervista rilasciata a padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, e alla presenza di una settantina di altri giornalisti. Parole che hanno scandalizzato, con raccapriccio, la Francia e la Germania. Noi no, i nostri politici no. Noi, cloroformizzati, non abbiamo battuto ciglio. Anzi, in linea con la pratica tutta italiana del “Sono stato frainteso”, è arrivato ai media anche un comunicato stampa dei vescovi camerunensi, che, in una nota, definiscono ”molto grave” l’atteggiamento di alcuni mass media, i quali ”hanno trascurato gli aspetti essenziali” del messaggio del Papa in Africa su povertà, riconciliazione, giustizia e pace. In particolare, i presuli denunciano che la polemica sui preservativi ha oscurato il dramma di tanti africani che muoiono a causa di malattie, poverta’ e guerre fratricide. Si dimenticano però, i presuli, di raccontare quanta responsabilità ha la cosiddetta “missione civilizzatrice” dei colonizzatori, in quelle guerre fratricide, e quanta responsabilità hanno anche i “missionari” e la Chiesa, che con i colonizzatori sono sempre andati sotto braccio, nel montare le fazioni una contro l’altra e combattere la propria guerra senza sporcarsi le mani.Un atto mancato, dunque, un altro fra i tanti. Perchè in Africa si dovrebbe andare con umiltà, con più umiltà che altrove. Si dovrebbe andare per capire, non per giudicare. Si dovrebbe andare per amare, non per imporre.
Così come un altro atto mancato, ma sempre in linea con la politica del “fraintendimento”, si registra nella pessima, pessima questione del vescovo Williamson, lefebvriano e negazionista. Un epilogo ridicolo se si pensa che la Chiesa, con alle spalle duemila anni di finissima politica e diplomazia (e non nella accezione più alta che hanno questi termini), piuttosto che fare un passo indietro preferisce sostenere la parte di chi casca dalle nuvole. “Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica” ha scritto Ratzinger in una lettera inviata a tutti i vescovi cattolici. “Il gesto discreto di misericordia verso quattro vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come una smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa“.Di nuovo frainteso, dunque. Anche se resta il dubbio del perchè abbia scritto ai vescovi e non direttamente ai cattolici, molti dei quali hanno protestato con una “veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata”, come il Pontefice stesso attesta.
E un altro atto mancato si registra in questi giorni, a Bolzano, con la vicenda di don Giorgio Carli, il sacerdote arrestato il 14 luglio 2003 con l’accusa di violenza sessuale continuata ai danni di una giovane donna, all’epoca dei fatti una bambina, che il sacerdote avrebbe violentato per cinque anni, dai nove ai quattordici, nella canonica della quale era cappellano. Fu prosciolto in primo grado, condannato a sette anni e mezzo in appello. In questi giorni la Corte di Cassazione lo ha prosciolto per la sopraggiunta prescrizione del reato. Il sacerdote, assistito dall’avvocato Franco Coppi, lo stesso che in un primo momento era stato chiamato a difendere Pierino Gelmini ma che rinunciò in seguito ad alcune esternazioni troppo veementi di quest’ultimo, non ha voluto rinunciare alla prescrizione e il processo si è chiuso così.
E la Diocesi non ha fatto attendere i commenti: «A carico di don Giorgio non esiste più alcuna sentenza di condanna. Per parte nostra abbiamo sempre creduto nella sua innocenza. Per questo egli è sempre rimasto confermato nel suo incarico di parroco ed ora riprenderà in pieno il suo ministero sacerdotale». Affermazioni molto, molto lontane dalla verità. Perchè don Giorgio Carli non è assolto, è prescritto: come Andreotti. L’esistenza del reato è stata riconosciuta, visto che la Corte lo ha condannato al risarcimento delle parti lese per 760.000 euro. La Cassazione ha stabilito che le violenze sessuali ai danni della bambina che all’epoca frequentava la parrocchia di San Pio X ci furono. Don Giorgio non dovrà scontare in carcere la pena perchè è trascorso troppo tempo. Nessuna assoluzione, dunque, ma solo la “grazia” della prescrizione. E il fatto che don Carli torni a dire messa è vergognoso, indecente. Pesa. Pesa quanto l’assenza di qualsiasi solidarietà della Chiesa con la vittima.
Pesa tanto quanto le dichiarazioni dell’arcivescovo Sobrinho all’indomani della scomunica ai medici e alla madre della bambina brasiliana: «La legge di Dio è superiore a qualunque legge umana. Quindi se la legge umana, cioè una legge promulgata dagli uomini, è contraria alla legge di Dio, questa legge umana non ha alcun valore».Pesa perchè di fronte a queste affermazione d’improvviso si capisce tutto. Si capisce che a questi uomini bardati di paramenti, incensati, claustrobificamente rinchiusi nelle chiese e nei palazzi, non interessa per nulla, per nulla, la carità che ha insegnato Cristo, la comprensione che ha insegnato Cristo, l’amore che ha insegnato Cristo. Interessa stabilire un primato di poteri, interessa vincere questa prova di forza al solo fine di stabilire una suprezia che non si sono mai rassegnati a perdere.
E in questo braccio di ferro istituzionale, lontano dalle miserie quotidiane, si illudono di aver sostiuito, al proprio braccio, il braccio di Dio.
Fonte: http://viaggionelsilenzio.ilcannocchiale.it/

Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

venerdì 10 aprile 2009

L’Ascolto Attivo di Ilaria Gheri

In ogni momento della nostra vita siamo immersi nella comunicazione. Anche quando pensiamo di nonesserlo. Ogni volta che guardiamo uno spettacolo od un film, ad esempio, la comunicazione avviene traquei protagonisti e le emozioni ed i pensieri che esse suscitano in noi; così anche quando leggiamo unlibro, sfogliamo una rivista, ascoltiamo della musica, osserviamo un dipinto…Quante volte capita di sentir dire che quell’artista è un incompreso, termine che è relativo allacomunicazione pura :“non ti comprendo”, non capisco cosa vuoi dire”.Ecco che allora mandare a memoria piccole strategie di comunicazione possono risultare di indubbio valoreogni qual volta ci sentiamo incompresi, o capiamo che l’altro si sente incompreso.Una piccola quanto potente ci viene offerta da Gordon che ha coniato una tecnica definita ascolto attivo.Attraverso l’uso di questa tecnica si arriva ad un livello della comunicazione che oltrepassa leincomprensioni dovute al non ascolto o all’ascolto parziale dell’altro. Ogni volta che ci sentiamo ringraziareper come abbiamo ascoltato l’altro, od ogni volta che ci sentiamo a nostra volta ben ascoltati è perché chiascolta è centrato su quello e basta, ha cioè spostato il suo sentire su chi parla ed ha ben distinto il sédall’altro.Gordon dice che per un buon ascolto è necessario seguire 4 passi:1. L’ascolto passivo: è il momento di silenzio interiore (e possibilmente anche esteriore), di chi è in ascolto.Ascoltare in silenzio permette all’altro di esporre senza essere interrotto. È così che percepisce l’attenzioneche gli viene rivolta.Aggiungerei che questa fase permette a chi ascolta di entrare in contatto anche con le proprie emozioni edi distinguere ciò che gli appartiene da ciò che appartiene al suo interlocutore. Questo io lo definiscoascolto emotivo, e lo ritengo un punto fondamentale da aggiungere ai passi definiti da Gordon, affinché ilrisultato ottenuto sia il migliore possibile. È infatti indispensabile capire quando un’emozione appartiene ame stesso oppure all’altro, perché mi permette di ricordare che non sempre le stesse esperienze o lestesse situazioni possono suscitare uguali emozioni.2. Messaggi di accoglimento: Sono sia messaggi verbali (“ti ascolto”, “sto cercando di capire”..); chemessaggi non verbali (cenni del capo, sguardo, sorriso…). Tutti quei messaggi cioè che sottolineanol’atteggiamento di ascolto.3. Inviti calorosi: Messaggi verbali che incoraggiano chi parla ad approfondire quanto sta dicendo(“dimmi..”, “spiegami meglio”..) senza valutare o giudicare ciò che viene detto.L’assenza di giudizio è fondamentale al raggiungimento di una corretta comunicazione fra le parti. Lasocietà in cui viviamo ci abitua fin da piccoli che giudicare ed essere giudicati è parte integrante dellanostra vita. Io non sono molto d’accordo. Il giudizio è una punta di valore che rimandiamo all’altro: seibravo, sei insufficiente, sei bello , sei brutto, sei buono, sei cattivo…. Nessuno però ci insegna quanto pesoportano con sé gli aggettivi che noi usiamo con tanta disinvoltura. Per fortuna Rogers lo fa.Ci ricorda che gli aggettivi definiscono l’altro per come noi lo percepiamo, ma non è detto che l’altro sia o sisenta così realmente. Ogni volta che usiamo un aggettivo quindi dovremmo ricordarci che stiamo definendol’altro, nel bene e nel male. A volte portare il peso di “sei buono” equivale a quello di “sei cattivo”: Non cilascia liberi di muoverci come vorremmo, perché mentalmente costretti a rispettare l’immagine sociale chegli altri hanno di noi. Questo non significa ovviamente che gli aggettivi debbano essere aboliti dal linguaggio

Fonte Psicolab - L’Ascolto Attivo di Ilaria Gheri


Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

Separazioni e divorzi in aumento. L'analisi del fenomeno in un convegno del Cnv sulla mediazione familiare


Dalle 91,3 separazioni ogni 100mila abitanti del 1995, si è passati alle attuali 140,4; per i divorzi, invece, da 47,2 ogni 100mila abitanti del 1995, si è giunti recentemente agli 80,3. Sono questi alcuni dei principali dati, indicativi di un incremento progressivo degli scioglimenti dei matrimoni in Italia, che saranno oggetto delle riflessioni durante il convegno internazionale sulla mediazione familiare “2 Minds”, promosso dal Centro nazionale per il volontariato.La giornata di approfondimento, che si terrà oggi 6 aprile a Firenze presso l’Istituto degli innocenti (informazioni su www.centrovolontariato.it), segna l’avvio di un nuovo progetto europeo comune, nell’ambito del programma daphne di cui il Cnv è coordinatore. Progetto che mira a rafforzare e consolidare legami sempre più stretti con chi opera, in diversi contesti nazionali, per la promozione e la diffusione della mediazione familiare.Un posto centrale, nel corso della giornata (in cui convergeranno mediatori, volontari ed operatori istituzionali), sarà rappresentato dalla relazione di Enzo Catarsi dell'Istituto degli Innocenti, che nel suo intervento si concentrerà sul percorso di ricerca sui servizi di mediazione familiare sviluppato dal Centro regionale di documentazione sull'infanzia.La relazione muoverà dal presupposto che la separazione costituisce un “evento difficile e doloroso nella vita delle persone”, spesso foriero di dolore e, talvolta, di risentimenti; questo, anche perché la separazione porta a una ristrutturazione della propria vita, e cambia notevolmente le proprie abitudini.Importanti i numeri, che denotano un progressivo incremento delle separazioni e dei divorzi a livello nazionale: per quanto riguarda le prime, si è passati dalle 52.323 del 1995 alle 71.969 del 2000, fino alle ultime stime, che registrano le 82.291 unità; per i divorzi, invece, si è passati dai 27.038 del 1995 ai 37.573 del 2000, fino ad arrivare agli attuali 47.036. Per quanto riguarda la Toscana, la realtà è andata migliorando negli ultimi anni, visto che adesso tutte le 34 zone socio-sanitarie (ad eccezione di una) hanno un servizio di mediazione familiare.L’intervento fornisce poi alcune anticipazioni riguardo una ricerca realizzata nell’ambito delle attività del Centro regionale di documentazione per l’infanzia e l’adolescenza (svolta per conto dell’assessorato alle politiche sociali della Regione Toscana), mediante una scheda di rilevazione e successive 30 interviste ad altrettanti responsabili di servizi di mediazione familiare.Testimonianze che si sono rivelate particolarmente interessanti per conoscere dal di dentro la realtà toscana, ravvisandovi anche alcune contraddizioni che permangono sulla stessa identità della mediazione familiare. Anche per questo, secondo Catarsi, occorre pensare ad una "campagna regionale di sensibilizzazione, che faccia conoscere il servizio di mediazione familiare, al pari dei parecchi altri che ormai sono attivi a sostegno della genitorialità".Fondamentale è, pertanto, una stretta integrazione del servizio di mediazione familiare con gli altri servizi di sostegno all’infanzia ed alle famiglie. Attenzione verrà prestata nella relazione anche alla legge sull’affidamento condiviso e al riverbero che ha avuto sui servizi di mediazione familiare.“Circa 10 anni fa, noi del Cnv – afferma la responsabile della progettazione europea, Rossana Caselli - abbiamo incominciato a elaborare alcuni progetti, forse un po’ carichi di utopia, in difesa dei diritti dei minori". Il mondo del volontariato, infatti, si è sempre interessato a bambini e adolescenti. "Ma noi volevamo farlo rafforzando un messaggio di pace e mediazione che potesse essere importante per tutti, grandi e piccoli, a partire dalla dimensione familiare. Volevamo cioè condividere con molte altre associazioni e istituzioni - spiega la Caselli - la voglia di affrontare i conflitti, non solo come eventi distruttivi, ma anche come occasioni di crescita e di trasformazione delle relazioni, aiutando innanzitutto i genitori in separazione a ritrovare fiducia, speranza e capacità di comprensione e riconoscimento reciproco". L’intento è quindi di diffondere la cultura della mediazione, da cui possono derivare risultati di grande utilità, non solo per i singoli, ma per l’intera collettività.
Fonte: http://www.loschermo.it/articolo.php?idart=16345

domenica 5 aprile 2009

La mediazione penale



Cos'è la mediazione penale

La mediazione è un percorso relazionale tra due o più persone per la risoluzione di conflitti che si caratterizzano per la natura sociale, culturale, penale. In quest'ultimo campo il conflitto si configura come reato.

Nella mediazione penale minorile, l'asimmetria delle parti, vittima e reo, costituisce un fattore specifico che richiede particolari cautele e tutele a protezione dei soggetti ed una diversificazione degli obiettivi della mediazione: questi devono essere chiariti dal mediatore agli interessati per permettere un incontro e una comunicazione efficace tra le parti.

Per la vittima, che nel processo penale minorile non può costituirsi come parte civile (art.10 del D.P.R. 448/88), la mediazione consente di esprimere in un contesto protetto il proprio vissuto personale rispetto all'offesa subìta, di uscire da un ruolo passivo dando voce e visibilità alla propria identità personale.

Al minore - autore del reato, la mediazione permette una responsabilizzazione sul danno causato e sulle possibilità di riparazione: la riservatezza dell'incontro e la separazione dal procedimento penale favorisce l'emersione dei contenuti emotivi legati agli eventi in un contesto relazionale protetto.

Il mediatore/i ha un ruolo neutrale, non direttivo, di facilitatore della comunicazione oltre che di garante delle regole di interazione verbale che all'inizio dell'incontro di mediazione vengono prioritariamente esplicitate, condivise ed accolte dalle parti.

L'esito del percorso di mediazione penale si configura come positivo o negativo e viene comunicato al giudice dal mediatore, senza riferire motivazioni specifiche data la riservatezza dell'incontro. Per esito positivo s'intende una ricomposizione o significativa riduzione del conflitto: in tal caso si prevede la possibilità di definire accordi di riparazione riguardanti interventi diretti alla vittima, compreso il risarcimento, o attraverso lo svolgimento di attività di utilità sociale.

Tale opportunità consente, prescindendo dal giudizio penale, una riparazione delle conseguenze del reato con una diretta valenza restitutiva per la vittima ed educativa per l'autore del reato.


Riferimenti normativi

Gli spazi normativi in cui si realizzano le esperienze di mediazione penale minorile si individuano nel codice di procedura penale per i minorenni (D.P.R.448/88) e, più precisamente, nell'ambito delle indagini preliminari (art.9) durante l'udienza preliminare o nel dibattimento (art.27), nell'attuazione della sospensione del processo e messa alla prova (art.28), nell'applicazione delle sanzioni sostitutive della semidetenzione o della libertà controllata. Inoltre, la mediazione penale può essere realizzata in fase di esecuzione penale, nell'ambito della misura alternativa alla detenzione riferita all'art. 47 della L.354/75.

Il concetto di riparazione viene, inoltre, introdotto nel recente Regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario e delle misure privative della libertà personale (D.P.R. 230/2000).


Linee di indirizzo e raccomandazioni europee

Tra gli atti internazionali che costituiscono fonti di indirizzo primario si deve citare: Regole Minime per l'amministrazione della giustizia minorile (O.N.U., New York, 29 novembre 1985) sostiene l'utilizzo di misure extra-giudiziarie che comportino la restituzione dei beni e il risarcimento delle vittime.

Raccomandazione N.R (87) 20 sulle risposte sociali alla delinquenza minorile (Consiglio d'Europa, Strasburgo, 17 settembre 1987) che prevede per i minorenni l'opportunità di uscita dal circuito giudiziario e la ricomposizione del conflitto attraverso forme di "diversion" e "mediation", inoltre, viene raccomandato l'utilizzo di misure che comportino la riparazione del danno causato.

Un sostegno specifico all'introduzione della mediazione penale quale strumento di risoluzione dei conflitti proviene dalla Raccomandazione N.R (99) 19 del Consiglio d'Europa, adottata dal Comitato dei Ministri in data 15.9.1999.

Nella dimensione nazionale si colloca il documento "L'attività di Mediazione nell'ambito della giustizia penale minorile. Linee di indirizzo" elaborato dalla Commissione Nazionale Consultiva e di Coordinamento per i Rapporti tra il Ministero della Giustizia, le Regioni, gli Enti locali ed il Volontariato ed approvato in sede politica il 30 novembre 1999; il documento risponde all'obiettivo di promuovere l'attività di mediazione penale e di fornire orientamenti condivisi e unitari in merito alle modalità di attuazione.

Si veda anche il documento 'Mediazione e giustizia riparatoria nel sistema penale italiano'


Esperienze di mediazione penale minorile in Italia

Le prime iniziative in materia di mediazione penale minorile sono state avviate a Torino nel 1995 ed hanno poi interessato numerose altre sedi quali Milano, Bari, Trento. Le sperimentazioni si caratterizzano per il carattere interistituzionale che le contraddistingue, infatti, riguardando la vittima e l'autore del reato, coinvolgono conseguentemente il sistema penale e quello sociale.

Il modello organizzativo prevalente è costituito da un organismo, denominato "ufficio" o "centro per la mediazione penale", con sede autonoma rispetto al Tribunale per i Minorenni, con il quale collaborano operatori dei Servizi Minorili della Giustizia e dei servizi territoriali sociali e sanitari, esperti e volontari.

In attesa della determinazione del relativo profilo professionale, il ruolo di mediatore viene esercitato da operatori che avendo una formazione personale di carattere pedagogico, sociale o psicologico, abbiano partecipato a corsi di formazione specifici per l'attività di mediazione penale svolti da agenzie formative competenti in materia. Nelle sperimentazioni attuate, i corsi hanno rappresentato la fase preliminare all'avvio dell'attività di mediazione vera e propria ed hanno coinvolto operatori dipendenti dalla Giustizia Minorile, dalla Regione e dal Comune di riferimento, oltre che personale volontario.

Per disciplinare le modalità di collaborazione e gli impegni assunti dalle diverse Amministrazioni, sono stati siglati numerosi protocolli d'intesa con la firma o l'assenso del Presidente del Tribunale per i Minorenni e del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, competenti per quel Distretto di Corte d'Appello.




sabato 4 aprile 2009

Coppia: Crisi Gestibili o Rotture Definitive?

Con il passare degli anni ci si è resi conto di quanto fosse importante prendere in considerazione due dimensioni insite nel soggetto: lo schema interno e il contesto in cui si è inseriti. Secondo quest’ottica la realtà non è più considerata assoluta e immutabile ma al contrario dipende dalla storia di ciascun partner nella propria famiglia di origine. Ogni coppia inevitabilmente attraversa determinati periodi che, se negativi, conducono i protagonisti della relazione ad affrontare crisi che, se pur passeggere, possono provocare una rottura all’interno del rapporto a causa di mancate risorse, utili a superare questi momenti.Una prima fase nella formazione di una coppia è l’innamoramento anche definito come un periodo di fusione in cui le differenze comportamentali tra i partner risultano essere desiderabili: l’uno risponde alle aspettative dell’altra e viceversa. Si ha, quindi, una idealizzazione di sé, dell’atro e del rapporto in cui ci si illude del fatto che l’uno riuscirà a soddisfare quei bisogni vitali che i genitori non hanno potuto soddisfare nell’infanzia dell’altra persona. Ed è proprio l’illusione di soddisfare ed essere soddisfatti che, a causa di una immaturità affettiva, può condurre ognuno dei due soggetti a provare una delusione nei confronti dell’altro. Questa immaturità affettiva e quindi la capacità di superare un periodo di crisi è da ricercare nelle relazioni ed esperienze che ciascun soggetto ha vissuto durante l’infanzia e attraverso il grado di individuazione e svincolo che i partner hanno raggiunto nei confronti delle proprie famiglie di origine. Ogni famiglia, infatti, ha un proprio stile che si riflette sullo sviluppo dei figli.La personalità di ciascun individuo, quindi, dipende dal contesto culturale in cui si è inseriti.Questo concetto emerse in un periodo compreso tra l’inizio e la fine della II Guerra Mondiale in cui un gruppo di studiosi quali la Horney, Fromm e Sullivan analizzando i fermenti di questa società emergente, presero le distanze dal pensiero freudiano e sottolinearono l’importanza delle dimensioni culturali, sociali e interpersonali della personalità.Karen Horney ha affermato che i conflitti possono condurre ad un particolare sviluppo della personalità come conseguenza di un insieme di situazioni che l’individuo vive in determinati contesti sociali.Secondo Erich Fromm la personalità è l’insieme delle qualità psichiche, ereditarie e acquisite che caratterizzano un individuo che ha vissuto in un determinato contesto culturale.Al contrario della Horney e di Fromm, Harry Stack Sullivan, invece, sottolinea quanto le relazioni interpersonali possono giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo della personalità. Questa, infatti, è considerata come la somma delle relazioni interpersonali che il soggetto ha vissuto durante la sua esistenza.Anche la Gruppoanalisi, che nasce come ricerca clinica, prende in considerazione la dimensione sociale della vita psichica e trae le sue origini dall’antropologia, la sociologia, la biologia e la filosofia della scienza. Fondamentali sono i concetti di “relazione” e “matrice”.La Relazioneè considerata come una rete interattiva che lega in modo intimo le persone. La rete primaria è la famiglia ed è grazie ad essa che si costituiscono tutti quei processi che conducono alla formazione della personalità del soggetto. Altre reti sono costituite dal gruppo di amici, dai colleghi, dai superiori e sono proprio tutte queste che costituiscono una trama di comunicazioni intime che si sviluppa in una matrice.La Matrice è il mezzo psicologico, inconscio, attraverso il quale gli individui comunicano tra loro e nella matrice ritroviamo il patrimonio biologico e culturale dell’essere umano. È un sistema di interazioni.Sigmund Foulks, padre del pensiero Gruppoanalitico,distingue tre tipi di matrice. La prima, definita matrice di base, è la sede delle proprietà biologiche della specie e delle loro trasformazioni culturali per quel che riguarda i valori, gli atteggiamenti e le consuetudini. La seconda, la matrice dinamica, prende in considerazione la trasformazione di una situazione gruppale. La matrice personale, infine, trae le sue origini dal gruppo familiare e l’individuo dà significato a quelli che sono i suoi rapporti all’interno di questo gruppo.Secondo Napoletani (1987) l’individuo, identificandosi con i soggetti con i quali instaura un rapporto, costituisce una propria identità individuale. Avendo la facoltà di apprendere tutto ciò che il proprio ambiente è pronto a trasmettergli, comprese le “modalità relazionali”, si deduce che questa identità altro non è che il frutto dell’ambiente in cui si vive.Una coppia, quindi, è formata da due personalità differenti a cui si aggiungono l’ambiente sociale d’origine, la cultura, la lingua e la religione.Secondo Francoise Sand (2005) ognuno di noi ha uno “zaino” che si riempie a partire dalla prima infanzia. È la nostra storia ricca di emozioni, abitudini e tradizioni di cui non abbiamo piena coscienza. Importante è prendere coscienza del contenuto di questo zaino che, se rimane incomprensibile o insopportabile agli occhi del partner, allora il suo contenuto potrà diventare fonte di malinteso.
FABRIZIANI, A. (2008). Coppia: Crisi Gestibili o Rotture Definitive?. Firenze: PsicoLAB. Visionato il 04/04/2009 su http://www.psicolab.net

Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

Il Posto delle Donne

Dove, dopo tutto, cominciano i diritti umani universali? Nei piccoli luoghi, vicino a casa....., così vicini e così piccoli che non possono essere visti su una qualunque mappa del mondo. Eppure essi sono il mondo dell’individuo; il vicinato con cui egli vive; la scuola che frequenta; la fabbrica, la fattoria o l‘ufficio in cui lavora.Questi sono i luoghi in cui ogni uomo, donna o bambino cerca eguale giustizia, eguali opportunità, eguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato in qualunque altro luogo. Senza un’azione d’impegno civile per applicarli vicino a casa, cercheremo vanamente il progresso in un mondo più grande” (Eleanor Roosevelt, New York, 27 marzo 1958)

Con queste semplici e lucide parole Eleanor Roosevelt ci chiarisce la relazione esistente tra etica, politica e diritti umani. I diritti umani riguardano la sfera dei valori personali e, in quanto tali, richiedono sensibilità verso noi stessi, i luoghi e le persone a noi vicine. Questi diritti, dunque, non sono astratti; nascono e vengono rispettati a partire dalle relazioni più intime. Risulta sterile, oltre che puerile, attendersi che siano i governi ad operare in tal senso servendosi di una mirata politica. La politica, oltretutto, ha smesso da tempo immemorabile di assolvere alla sua funzione di mediatrice dei conflitti in vista del bene comune; al contrario, la politica è spesso responsabile di numerose guerre e, paradossalmente, risulta frequente la scelta di una guerra motivata da ragioni di pace, noncuranti delle conseguenze disastrose per la natura ed i più deboli. Le parole di Eleanor Roosevelt costituiscono un incitamento a ripristinare i valori di unicità e di sensibilità. Le guerre, ed ogni forma di omicidio razionalmente organizzato e preordinato, sono tollerate solo perché il nemico è un principio immateriale. Il singolo essere umano, privato del riconoscimento del suo carattere di unicità, svuotato di tutto ciò che ne fa una persona fisica reale, è ridotto ad un concetto generico ed astratto che cessa di essere un valore insostituibile; a quel punto la sua morte non suscita più orrore, diventa razionalmente ed emotivamente tollerabile. Come si pongono le donne nei confronti di questa alienazione generatrice di conflitti senza soluzione di continuità? Quale è oggi la loro reale posizione nei confronti dei diritti umani in generale e nello specifico verso diritti violati delle donne? Può l’arte ai nostri giorni costituire un antidoto contro barbarie e distruttività ed assolvere ad una funzione di sensibilizzazione per la salvaguardia di tali diritti? Possono ancora le donne essere promotrici e sostenitrici della pace intesa nel suo valore più profondo, come equilibrio e valorizzazione di tutti gli elementi costitutivi della società? È possibile tuttora sperare in un recupero da parte delle donne dell’anticha funzione di guaritrice perfettamente in osmosi con la natura, pur nel riconoscimento di quella differenza ed unicità che costituiscono la sua ricchezza? Anche nel mondo dell’arte la natura si è quasi completamente dissolta. Il panorama artistico delle culture occidentali industrializzate propone costantemente sperimentalismi spesso fini a sé stessi e slegati dalla realtà dell’umanità, che persino nelle condizioni più disperate tende sempre verso l’unità e l’universale. Nei romanzo Le tre ghinee” Virginia Woolf suggerisce una via di accesso alla costruzione della pace che parte dal basso, dall’educazione e dalla creatività, e per realizzare questo prezioso progetto offre tre ghinee. La ‘prima’ ghinea è offerta a condizione che sia ricostruito un college “giovane e povero”, mirato alla formazione di coloro che sapranno validamente contribuire alla prevenzione della guerra; in questo college saranno insegnate medicina, matematica, musica, pittura e letteratura, ma anche, e soprattutto, psicologia per comprendere la vita, gli altri e l’arte dei rapporti umani. La creatività avrà la priorità in tutti gli insegnamenti e sarà utilizzata per imparare l’arte di vivere, promuovere l’unione di corpo e mente. La competitività sarà bandita assieme all’esibizionismo, ai diplomi, ai sermoni e alle conferenze, a favore della libertà e della genuina voglia di imparare . La ‘seconda’ ghinea è offerta per aiutare le donne a guadagnarsi da vivere; perché guadagnarsi da vivere è la prima forma di emancipazione nei confronti del potere maschile; è la condizione che mantiene le donne lucide e critiche nei confronti di quell’embrione di insetto che altrove viene chiamato ‘dittatore’; quel tipo di ente umano convinto di avere il diritto, derivato da Dio, dalla natura, dal sesso o dalla razza, di imporre la propria volontà; “…che diritto abbiamo noi […] di predicare ad altri paesi i nostri ideali di libertà e giustizia, quando ogni giorno della settimana dai nostri giornali più influenti sbucano fuori insetti come questo?”. La visione della Woolf dunque, crea un collegamento tra conflitto di genere e conflitto di stati; anche se la condizione femminile sembra aver stabilito un maggior equilibrio di forza e potere. Di fatto lo squilibrio esiste ancora ed è molto lontano dall’essere stato risolto. Le quattro forme di dominio maggiori: razza, classe, genere e natura, rimangono tuttora roccaforti inaccessibili. La natura, le donne e i più deboli (nel loro processo di asservimento) sono ritenuti ancora elementi passivi, comparse silenziose, piuttosto che protagonisti di valore che finiscono con il costituire un invisibile sfondo utile ai veri protagonisti del potere assoluto. Virginia Woolf si rivela profetica a proposito del rapporto pace-donna e creatività quando si chiede: come sarà la donna che avrà pari opportunità maschili di accedere ai luoghi del sapere e del potere? Sarà essa in grado di non smarrire sé stessa nell’avidità di controllo? Potrà sottrarsi al rischio di divenire anch’essa possessiva, gelosa, aggressiva, troppo sicura di sé e del “giudizio immutabile di Dio, della Natura e della Proprietà”? Per questi motivi, la Woolfe pone una condizione al dono della seconda ghinea: che la beneficiaria si adoperi affinché una volta giunte in alto, queste nuove donne emancipate siano di aiuto a qualunque essere umano, senza distinzioni di sesso, razza o religione ad intraprendere la professione prescelta. La ‘terza’ ed ultima ghinea invece viene donata all’avvocato che le ha inviato la lettera, senza condizioni, in piena libertà in quanto: “l’unico diritto di supremo valore per tutti gli esseri umani, il diritto a guadagnarsi da vivere, è già stato conquistato”.Tuttavia la Wolfe si rifiuta di entrare a far parte dell’associazione di cui fa parte l’avvocato, nonostante la bontà della sua missione: la diffusione dei diritti dell’individuo, l’opposizione alla dittatura, il perseguimento dell’ideale democratico dell’uguaglianza di tutti i cittadini: “…così facendo annegheremo la nostra identità nella vostra; entreremo, riproducendoli e rendendoli ancora più profondi, dentro i vecchi slabbrati solchi lungo i quali la società […] va gracidando con insopportabile coralità: trecento milioni spesi per gli armamenti. Cancelleremmo la visione che la nostra esperienza della società ci ha aiutate a intravedere”. Piuttosto ella propone la fondazione di una nuovasocietà: la Società delle Estranee (così chiamata per essere coerente con i fatti della storia che riguardano le donne, della legge e della psicologia femminile). Una libera associazione di figlie degli uomini colti che si impegneranno a guadagnarsi da vivere, a far ottenere alle madri uno stipendio tale da permettere loro un pensiero e una volontà autonome, a denunciare ogni prevaricazione o abuso all’interno del lavoro, a non guadagnare più del necessario, a rifiutare qualsiasi partecipazione diretta o indiretta alla causa della guerra, a ritirarsi da ogni competizione, a rifiutare incarichi ed onori, a operare attività di verifica ed eventualmente di critica in tutti i campi (dalla religione alla scuola, dall’arte alla politica…). Una Società che persegue gli stessi fini dell’associazione dell’avvocato, ma che cerca di raggiungerli con mezzi diversi che provengono da ben altra educazione, da una specifica visione ed interpretazione del mondo che va molto al di là degli stretti confini maschili: “In quanto donna non ho patria. In quanto donna, la mia patria è il mondo intero”. La continua violenza alla quale le donne sono soggette, la dice lunga su quanto certi meccanismi di potere mantengano inalterati certi squilibri a favore delle classi e dei generi e delle nazioni dominanti. È innegabile che ci sono stati indubbi miglioramenti nella condizione femminile specie nei paesi maggiormente industrializzati, ma queste conquiste non rappresentano un dato di fatto, un diritto acquisito ad Aeternum. L’abuso nei confronti dei più deboli è una pratica costantemente in agguato e le donne, soprattutto quelle più povere e meno colte, sono tuttora quelle più esposte. Saranno le donne a fare la pace? dice David Grossman nel suo libro A un cerbiatto somiglia il mio amore;noi non possiamo che augurarcelo,maper fare la pace le donne devono abbracciare la via della disobbedienza nei confronti di un sistema politico promotore di conflitti senza soluzione di continuità, iniziando a rifiutare il linguaggio astratto ed ideale per calarsi in una dimensione maggiormente corporea ed emozionale, ripristinando e valorizzando le sue naturali capacità di empatia. La ricerca della pace è soprattutto un affinamento di sensibilità; grazie ad essa possiamo renderci conto di quanto la conoscenza abbia bisogno di minare l’ignoranza; la compassione di dissolvere l’intolleranza; l’attivismo coordinato di sostituire l’accettazione passiva e la disperazione; il dialogo di sostituire la sterile recriminazione; la giustizia innovativa di prendere il posto della vendetta; la moralità di sostituire le aride speculazioni del commercio e degli affari; ed il riconoscimento della universalità dei diritti umani di divenire una piattaforma comune imprescindibile ed inalienabile.

IURILLI DUHAMEL, A. (2009). Il Posto delle Donne Creatività e Diritti Umani. Firenze: PsicoLAB. Visionato il 04/04/2009 su http://www.psicolab.net

Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

giovedì 5 marzo 2009

Desperate housewiwes? No grazie



Mamme e lavoratrici. Una lotta quotidiana a caccia dell'equilibrio perduto, riconquistato. In bilico perenne per bilanciare affetti e carriera, realizzazione personale e sensi di colpa atavici, figli, capo e compagni di vita. A raccontare un equilibrio possibile, raggiunto quotidianamente con fatica e fantasia dal 61% delle intervistate, è un sondaggio del mensile Psycologies. Un'indagine che racconta il nuovo rapporto delle donne con lavoro. Vissuto come libera scelta, in nome di una realizzazione personale a tutto campo che vede, ed è la prima volta, il supporto, la condivisione, la complicità del 75 % dei mariti d'accordo sull'attività della moglie. Anche se per le donne lavoratrici i sensi di colpa restano quotidiani anche perché i figli sembrano riottosi a lasciarle andare fuori: solo il 35 % appoggia la loro voglia di lavorare. Di tutto questo parlano oggi all'Università Cattolica di Milano psicologi e imprenditrici in occasione del convegno sull'Equilibrio tra lavoro e famiglia.Il sondaggio - Sono state intervistate 1908 donne. Il 46% è impiegata, il 20% libera professionista. Il 44% con un contratto full time a tempo indeterminato, il 19% indeterminato part time, il 14% tempo indeterminato, il 24% atipico (collaborazione, partita Iva).Perché lavorano - Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), non per necessità. L'occupazione rappresenta un piacere in più della metà dei casi (54%), è un'occasione di gratificazione personale (46%). Significa soddisfazione per il 56 % delle intervistate mentre è vissuto come necessità dal 44%.Identità e gratificazione - Il lavoro è visto come un vero e proprio segno di identità tanto che viene scelto dalla donna spinta dal desiderio di autonomia e indipendenza (78%), per dimostrare qualcosa a se stessa (10%) ed è vissuto come un'occasione di gratificazione personale, come un piacere dal 54% delle intervistate. Il tratto distintivo del lavoro è nel 48% dei casi il fatto di avere un'attività interessante e o utile, vedere riconosciuti i propri meriti nel 35% dei casi.Lavoro e famiglia - Solo il 40 % delle donne che hanno risposto al sondaggio smetterebbe di lavorare se potesse. E lo farebbe più per sé che per la famiglia. Nel 53% dei casi infatti, rinuncerebbe alla propria occupazione per dedicare più tempo a marito e figli, ma nel 56% per dedicare più tempo a se stessa.Casalinga e solitudine - Tra i motivi che portano le donne a non voler lasciare il lavoro l'idea che così perderebbero un'occasione di realizazzione personale 52%, la mancanza di stimoli culturali 24%, la mancanza di contatti col mondo esterno 37%. Insomma, poca voglia di diventare "desperate housewiwes".Compagni e figli - La scelta di lavoro è condivisa dal 74% dei partner mentre il consenso crolla quando si parla di figli. I ragazzi contenti di avere una mamma che lavora sono solo il 36%, convinti nel 29% dei casi che lei vada in ufficio soprattutto per necessità e non per soddisfazione 28%. Più realisti e consapevoli di cosa pensa la donna, sono i partners. Il 42% è persuaso che il lavoro per la moglie sia soddisfazione, necessità per il 40. Per le donne infatti la situazione è più netta: il 56% vive il proprio mestiere come soddisfazione e solo il 44 % come una necessità.
Fonte: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/mamme-lavoro/mamme-lavoro/mamme-lavoro.html?rss

venerdì 20 febbraio 2009

Minori ed Internet


Quasi metà dei bambini italiani vive con paura esperienze della sua quotidianità come passeggiare per la strada, andare a scuola o navigare sul web. I dati allarmanti sono contenuti nella nona edizione del Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza appena presentato dall’Eurispes e dal Telefono Azzurro.La paura di essere rapiti si attesta in cima alla classifica con il 22,6 per cento. Le altre potenziali situazioni critiche riscuotono, nell’ordine, i seguenti consensi: il 16,3 per cento ha paura di essere avvicinato da persone sconosciute, il 16,2 per cento di essere coinvolto in attentati terroristici, il 13,9 per cento di perdersi, il 13,5 per cento di assistere a scene violente, il 12,6 per cento di rimanere solo in casa e di essere picchiato da altri bambini/ragazzi. Tra i maschi il senso di sicurezza è maggiore rispetto alle femmine, legato probabilmente ad una maggiore forza fisica del sesso di appartenenza.Quanti bambini si sono sentiti in pericolo? Nonostante più della metà dei piccoli intervistati (il 56,7 per cento) sostenga di non essersi mai sentito in pericolo, il 38,3 per cento di essi confessa di essere stato protagonista di una situazione in cui si è sentito messo a rischio o ha dovuto fronteggiare una situazione di emergenza.Quali i luoghi di reale pericolo? Il 39,2 per cento dei bambini dichiara di non essersi sentito al sicuro andando in giro per la città, il 23,8 per cento restando a casa, il 14,5 per cento non sa o preferisce non rispondere, il 10,1 per cento a scuola, il 7,6 per cento ha risposto “altro” (in vacanza, al mare, al supermercato) ed il 4,8 per cento si è sentito in pericolo navigando in Internet. Le città avvertite come più pericolose da parte dei bambini che vi abitano sono quelle appartenenti all’area geografica del Centro, in cui il 46,7 per cento dei piccoli si è sentito in pericolo.Le scuole meno sicure, in cui esiste un livello di controllo più basso e in cui si è sentito minacciato il 24 per cento del campione, sembrano essere quelle delle Isole, che non reggono il paragone con gli istituti delle altre aree geografiche, all’interno dei quali si è sentito in pericolo: il 9,6 per cento dei bimbi al Nord-Est, il 9,3 per cento al Centro, il 7,8 per cento al Sud ed il 6,9 per cento al Nord-Ovest.Per quanto riguarda la navigazione in Internet, i bambini che si sono sentiti in pericolo tra pagine e siti web sono il 7,3 per cento del Centro, il 6,7 per cento delle Isole, il 4,9 per cento del Sud, il 4,8 per cento del Nord-Est e il 2,4 per cento del Nord-Ovest.
Fonte: Ufficio stampa Telefono Azzurro 2008.http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=23876

venerdì 6 febbraio 2009

Stress? Sì, grazie!


Quante volte ci capita di dire o di sentir dire “sono stressato” – “è colpa dello stress” dando a tale termine una connotazione del tutto negativa?Iniziamo col dire che l’essere umano è un “animale sociale”. Vive immerso in un contesto che lo porta ad essere continuamente ed incessantemente sottoposto a stimoli esterni che determinano un turbamento del suo equilibrio interno. Il soggetto, di natura pigro ed inerte, mette in atto delle reazioni cognitive, emotive e somatiche per cercare di ristabilire l’equilibrio perso.L’insieme dei tentativi messi in atto dall’individuo in vista del recupero omeostatico è definito stress conferendo quindi al termine un significato del tutto neutro, in quanto risposta ad uno stimolo.E’ solo continuando a creare risposte a stimoli esterni che il soggetto impara a creare elementi cognitivi più vincenti, forme emotive più ottimistiche e azioni più performanti dando origine ad un continuo miglioramento delle sue capacità di adattamento all’ambiente circostante. In tal modo cresce e si evolve. Insomma, stress è vita !La connotazione negativa nasce nel momento in cui il soggetto non riesce a ristabilire la serenità interna per una serie di ragioni spesso legate a difficoltà nella gestione dello stress. Non è facile gestire lo stress.Partiamo dal presupposto che ad un certo punto si verifica un evento scatenante (stressor) che turba l’equilibrio interno del soggetto. Ciò determina quindi un cambiamento. L’individuo, per natura non amante dei mutamenti, inizia a mettere in atto una serie di strategie per recuperare quanto perso. Ovvero cerca di gestire il cambiamento, lo stress appunto. Per far fronte alla nuova situazione, il soggetto deve necessariamente costruire nuovi schemi cognitivi. Infatti quelli precedentemente utilizzati erano sì utili per la situazione precedente, ma non per quella attuale del tutto nuova ! Deve necessariamente affrontare nuove emozioni probabilmente mai sperimentate prima. Deve mettere in atto nuovi comportamenti. Insomma, non può più essere quello di prima. Deve cambiare ! Ed il soggetto non sempre ama farlo ! A questo punto entrano in gioco una serie di fattori complessi quali la personalità, le facoltà intellettive, la malleabilità somatica tali da determinare una risposta al cambiamento, ovvero una gestione dello stress più o meno efficace. Non sempre risulta però vincente. Spesso l’individuo pensa di aver scelto pensieri, emozioni ed azioni che siano utili alla gestione dell’evento stressante, ma di fatto non lo sono. Questa sua innocente inconsapevolezza lo fa entrare in un vortice negativo allontanandolo sempre di più dalla “soluzione” , ovvero dalla scelta di strategie efficaci per la gestione dello stress. E’ a questo punto che quello che viene comunemente definito stress acquista una accezione negativa. Ma quando questa è visibile, beh, è già troppo tardi. Infatti spesso a tal punto il soggetto non sa neanche più riconoscere l’evento stressante adducendo come cause del suo malessere un insieme di elementi confusi ed ingarbugliati. Oramai gli eventi scatenanti si sono mischiati con le conseguenze. L’individuo a volte accusa malesseri somatici pensando siano le cause del suo star male mentale senza però riconoscere queste come effetti di una prolungata inefficace gestione dello stress. Questa situazione può durare giorni, mesi e nei casi più gravi anni. Ma non disperiamoci….la soluzione esiste !!!


"Stress? Sì, grazie!", tratto in data 04-02-2009 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologihttp://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=16161

Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

venerdì 30 gennaio 2009

La valutazione nella formazione

Negli ultimi anni il tema della valutazione è risultato sempre più emergente in Italia; si sono infatti moltiplicati i contributi su questa tematica a cui la nostra cultura non si era mai particolarmente appassionata. In particolare è chiaramente evidente come tale interesse, e conseguente prassi, si stia sviluppando all’interno delle strutture che utilizzano come risorsa i finanziamenti comunitari europei. La possibilità di progettare strumenti valutativi in grado di supportare il processo decisionale nel campo della elaborazione e della realizzazione di offerte formative ha favorito la progressiva attenzione verso questi sistemi.Nello specifico l'analisi valutativa si propone di garantire la conoscenza specifica degli elementi coinvolti nell’intervento, così da ridurre i margini di incertezza entro cui le decisioni debbono essere prese. Ci si trova di fronte ad un tipo di analisi fortemente protesa verso i punti di vista degli attori implicati nelle decisioni, in cui i sistemi utilizzati non si delineano assolutamente come strumenti di tipo statistico o meramente descrittivo dei fenomeni di interesse, ma che invece manifestano un forte orientamento alle esigenze del decisore, tecnico o politico che sia. Valutare significa innanzitutto essere capaci di controllare l’aderenza, la coerenza e la congruità di quanto definito nel disegno progettuale e l’efficacia di quanto concretamente realizzato. La valutazione è un’attività di rilevanza strategica poiché strettamente collegata all’intero processo progettuale.Tuttavia, è necessario fare una distinzione importante. Quando si parla di valutazione, ovvero della formulazione di un giudizio, in generale, ci si riferisce alla valutazione dei risultati (output) o alla valutazione ex post (outcome), ovvero a stime che si collocano a valle di un’azione o di un intervento e che hanno la finalità di esprimere giudizi in merito all’efficacia o all’efficienza dell’azione stessa e tale affermazione vale indipendentemente dal contenuto dell’azione.Si tratta, in altri termini, di una valutazione che, in quanto tale, non condiziona la scelta dell’azione stessa (già avvenuta in precedenza) e che, per le metodologie e gli strumenti utilizzati, tende a riportare il successo o meno dell’intervento valutato a variabili esterne al processo di programmazione e di attuazione dell’intervento in questione. All’interno delle singole aree della progettazione di un intervento formativo la valutazione assume un suo valore e acquista massima centralità in correlazione con tutti i processi e con tutte le attività avviate nelle fasi di preparazione, della realizzazione del progetto e dei risultati ottenuti. Lo scopo della valutazione non è soltanto quello di rivisitare i risultati di progetto in rapporto alle aspettative pianificate, ma anche quello di utilizzare e valorizzare al massimo l’esperienza acquisita al fine di migliorare l’efficacia e l’impatto dei risultati anche sul design dei progetti futuri.Partendo dall’assunto - ormai quasi unanimemente condiviso - che già in sede di progettazione devono essere chiaramente indicate le finalità, i tempi e le modalità della valutazione, occorre qui definire ed indicare quali saranno gli elementi che saranno valutati, quali le risorse disponibili, i tempi e i metodi che saranno applicati per effettuarle. L’idea da assumere come riferimento concepisce la valutazione non come semplice misurazione conclusiva (cioè da effettuarsi alla fine di ogni modulo e a fine corso) di capacità, conoscenze, ecc., ma come processo che accompagna le diverse fasi della progettazione e della attuazione del progetto e delle sue singole fasi.Tradizionalmente questa attività si realizza in tre stadi (valutazione ex-ante, valutazione in itinere, valutazione ex–post) che sono strettamente correlati tra loro e che contengono i criteri e gli indicatori di qualità espressi predisposti in fase di progettazione dei sistemi di valutazione .Operativamente possiamo dire che il processo di valutazione si avvale di strumentazioni tecniche e concettuali che identificano:
la rispondenza del progetto ai bisogni rilevati
la pertinenza dei contenuti espressi
la fondatezza delle ipotesi progettuali
la fattibilità e la riproducibilità delle prassi impiegate
l’attendibilità e l’utilizzo delle informazioni raccolte
la coerenza delle analisi e degli scopi prefissati
l’efficacia dei risultati ottenuti in termini di impatto e trasferibilità
L’efficienza dei processi realizzatiDal punto di vista operativo, un impianto di valutazione con queste caratteristiche deve essere strutturato in tre fasi o tempi di realizzazione:
una valutazione ex ante o preventiva (da collocare cioè prima della realizzazione delle azioni e/o dei corsi), contenente la dimostrazione di come i progetti riescano a soddisfare (cioè sono coerenti, adeguati rispetto a….) i requisiti posti dal committente;
una valutazione in itinere (da attuarsi durante le azioni e/o i corsi) con la precisazione di cosa e come si valuterà, cioè con quale metodologia, strumenti, risorse.
una valutazione finale o ex-post (cioè da collocarsi al termine delle azioni e/o dei corsi), con l’indicazione di cosa si valuterà al termine dell’attività e adottando quali criteri e parametri.In sede di progettazione, occorre indicare come, per ognuna di queste fasi, si procederà dal punto di vista operativo; devono cioè essere esplicitati gli elementi che saranno presi in considerazione per la valutazione e le concrete azioni che si intraprenderanno per dare attuazione ad esse. Non potranno mancare inoltre le informazioni relative alla tipologia degli strumenti che saranno utilizzati e in merito a coloro che avranno il compito di svolgere concretamente la fase di valutazione (risorse umane).Nello specifico della fase ex ante, che rappresenta una sorta di analisi di fattibilità del progetto, occorre indicare come i progetti riescono a soddisfare i criteri di coerenza, adeguatezza e pertinenza rispetto ai requisiti posti dal committente/finanziatore, dimostrando in tal modo di essere nelle condizioni di poter prendere avvio (in tal senso è da intendersi la fattibilità dei progetti).Rispetto alla costruzione del dispositivo per la valutazione in itinere, le azioni che attengono a questa fase sono mirate ad indicare cosa si valuterà in itinere e come lo si valuterà (con quale metodologia, con quali risorse ecc.). Occorre ricordare che gli elementi passibili di valutazione sono molteplici; tra cui:
apprendimenti/prestazione dei Partecipanti;
livello di coinvolgimento nelle azioni formative;
metodologie;
prestazioni dei formatori;
materiali/supporti didattici prodotti;
clima di gruppo;
rispetto dei parametri progettuali (anche economico/amministrativi);
livello/qualità delle relazioni (formatori, partecipanti, tutor, coordinatori, altri).Le azioni da compiere potranno pertanto riguardare alcuni o tutti gli elementi sopra indicati.Per quanto riguarda la Costruzione dell’ultimo dispositivo, ovvero quello relativo alla valutazione finale, occorre sempre specificare chiaramente cosa si valuterà al termine della attività, oltre ai criteri o parametri che si intendono utilizzare . Anche in questo caso gli elementi oggetto di questa valutazione finale possono essere molteplici. Si può decidere di rendere oggetto di valutazione:
grado di raggiungimento, da parte dei partecipanti, degli obiettivi didattici e formativi;
la “trasferibilità” delle abilità acquisite nel contesto di lavoro;
l’impiego della risorse coinvolte nell’intervento ;
le modifiche di Condizione/stato/comportamento individuale;
i risultati conseguiti complessivamente rispetto alle attese degli sponsor o committenti;
la qualità complessiva della formazione erogata;
la gestione economica-finanziaria dei progetti;le prestazioni dei docenti e del personale incaricato sui progetti;
le stesse progettazioni di riferimento.Vale la pena infine di ribadire che ”…questa particolare suddivisione dell’evento complesso consente di verificare il risultato finale (valutazione) come conseguenza di singoli risultati parziali (monitoraggio) più facili da controllare; permette anche, qualora questi ultimi si discostino dal programma, di valutare le conseguenze che quelle situazioni apporterebbero al risultato finale. Si introduce così, automaticamente, anche il concetto di controllo cibernetico (feed-back)…”. Gli interventi di formazione professionale in genere procedono dalla particolarità dei casi che li motivano e si confrontano con i problemi di generalizzazione e di modello degli interventi. Nonostante la radice “locale” o, meglio, proprio in forza del loro proporsi in un contesto determinato (MdL territoriale, bacino, comprensorio, azienda, ecc.) e per utenze molto diverse tra loro (giovani, adulti, extracomunitari, diplomati, non diplomati,ecc.), le azioni formative richiedono una progettualità che vada oltre il piano della “didattica”, che si realizzi a partire dall’accertamento delle ragioni del servizio formativo (motivazioni, finalità, obiettivi, condizioni, strumenti, valutazione, ecc.) e ricerchi con puntualità l’efficacia e l’efficienza del singolo intervento.

Fonte: "La valutazione nella formazione", tratto in data 11-03-2005 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologihttp://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=1639





giovedì 29 gennaio 2009

Una nuova ricetta contro il bullismo


Laddove esiste la violenza esiste anche un ambiente che, in qualche modo, la asseconda. Ed è proprio su quell’ambiente che bisogna soffermarsi se si vuole estirpare il problema della violenza alla radice, evitando l’utilizzo della forza e di punizioni più o meno efficaci. Una ricerca apparsa sulla rivista Journal of Child Psychology and Psychiatry, e capitanata da Peter Fonagy dell’University College di Londra, ha dimostrato che il miglior modo per combattere il bullismo nelle scuole non sia quello di soffermarsi su coloro che compiono atti di violenza, né sugli studenti che ne sono vittima, quanto piuttosto su coloro che stanno ad osservare, studenti o professori che siano. Utilizzando un nuovo approccio psicodinamico, il team di Fonagy ha sottoposto 4000 studenti di diverse scuole elementari a un programma della durata di tre anni in cui si invitavano gli stessi ragazzi a prendere consapevolezza del proprio ruolo nei confronti degli episodi di violenza, descrivendo e razionalizzando le proprie paure e il grado di empatia nei confronti degli studenti molestati. Nessuna punizione veniva inflitta a coloro che compivano atti di bullismo, e nessun tipo di supporto veniva offerto a coloro che subivano angherie. A tre anni dall’inizio del programma, i risultati dello studio hanno mostrato una significativa diminuzione degli episodi di violenza e di bullismo nelle scuole che avevano adottato il programma rispetto alle scuole di controllo, in cui gli studenti vittime di bullismo ricevano un supporto psicologico continuo. Secondo Fonagy, la ricerca dimostra come la migliore arma contro il bullismo sia rappresentata dalla consapevolezza, sia del proprio ruolo che di quello degli altri, nei confronti degli atti di violenza. Nessun bisogno di intervenire come paladini della giustizia in aiuto dei compagni molestati, quindi, ma solo cercare di non chiudere i propri occhi, facendo finta di niente. Fonte: Fonagy P et al. A cluster randomized controlled trial of child-focused psychiatric consultation and a school systems-focused intervention to reduce aggression. Journal of Child Psychology and Psychiatry 2009; DOI: 10.1111/j.1469-7610.2008.02025.x
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=24326

giovedì 22 gennaio 2009

Mediazione familiare


L’art. 155 sexies, comma II, cod. civ., introdotto dalla legge 8 febbraio 2006 n. 54 sull’affidamento condiviso dei figli, dispone che “Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli”.

Raggiunto l’accordo con la mediazione familiare si avvia un procedimento di separazione consensuale o di divorzio congiunto evitando, così, i tempi e costi di procedimenti contenziosi quali la separazione ed il divorzio giudiziale.L’intervento di mediazione può avere due finalità differenti:
consentire alle coppie di coniugi che hanno deciso di separarsi o divorziare di raggiungere un consenso reciproco sulle relative condizioni, beneficiando dei vantaggi delle procedure di risoluzione delle controversie senza ricorrere a lunghi e faticosi procedimenti giudiziari,
verificare le possibilità di riconciliazione.
L’attività di mediazione viene svolta generalmente da uno o due mediatori (avvocati o psicologi). Nell’arco di 4/6 incontri si affrontano, assieme ai coniugi, le problematiche insorte con l’obiettivo di supportare i coniugi stessi nell’individuazione e adozione di scelte autonome e consapevoli, in relazione alle condizioni della loro separazione


Vuoi avere informazioni in merito al servizio?