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giovedì 5 marzo 2009

Desperate housewiwes? No grazie



Mamme e lavoratrici. Una lotta quotidiana a caccia dell'equilibrio perduto, riconquistato. In bilico perenne per bilanciare affetti e carriera, realizzazione personale e sensi di colpa atavici, figli, capo e compagni di vita. A raccontare un equilibrio possibile, raggiunto quotidianamente con fatica e fantasia dal 61% delle intervistate, è un sondaggio del mensile Psycologies. Un'indagine che racconta il nuovo rapporto delle donne con lavoro. Vissuto come libera scelta, in nome di una realizzazione personale a tutto campo che vede, ed è la prima volta, il supporto, la condivisione, la complicità del 75 % dei mariti d'accordo sull'attività della moglie. Anche se per le donne lavoratrici i sensi di colpa restano quotidiani anche perché i figli sembrano riottosi a lasciarle andare fuori: solo il 35 % appoggia la loro voglia di lavorare. Di tutto questo parlano oggi all'Università Cattolica di Milano psicologi e imprenditrici in occasione del convegno sull'Equilibrio tra lavoro e famiglia.Il sondaggio - Sono state intervistate 1908 donne. Il 46% è impiegata, il 20% libera professionista. Il 44% con un contratto full time a tempo indeterminato, il 19% indeterminato part time, il 14% tempo indeterminato, il 24% atipico (collaborazione, partita Iva).Perché lavorano - Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), non per necessità. L'occupazione rappresenta un piacere in più della metà dei casi (54%), è un'occasione di gratificazione personale (46%). Significa soddisfazione per il 56 % delle intervistate mentre è vissuto come necessità dal 44%.Identità e gratificazione - Il lavoro è visto come un vero e proprio segno di identità tanto che viene scelto dalla donna spinta dal desiderio di autonomia e indipendenza (78%), per dimostrare qualcosa a se stessa (10%) ed è vissuto come un'occasione di gratificazione personale, come un piacere dal 54% delle intervistate. Il tratto distintivo del lavoro è nel 48% dei casi il fatto di avere un'attività interessante e o utile, vedere riconosciuti i propri meriti nel 35% dei casi.Lavoro e famiglia - Solo il 40 % delle donne che hanno risposto al sondaggio smetterebbe di lavorare se potesse. E lo farebbe più per sé che per la famiglia. Nel 53% dei casi infatti, rinuncerebbe alla propria occupazione per dedicare più tempo a marito e figli, ma nel 56% per dedicare più tempo a se stessa.Casalinga e solitudine - Tra i motivi che portano le donne a non voler lasciare il lavoro l'idea che così perderebbero un'occasione di realizazzione personale 52%, la mancanza di stimoli culturali 24%, la mancanza di contatti col mondo esterno 37%. Insomma, poca voglia di diventare "desperate housewiwes".Compagni e figli - La scelta di lavoro è condivisa dal 74% dei partner mentre il consenso crolla quando si parla di figli. I ragazzi contenti di avere una mamma che lavora sono solo il 36%, convinti nel 29% dei casi che lei vada in ufficio soprattutto per necessità e non per soddisfazione 28%. Più realisti e consapevoli di cosa pensa la donna, sono i partners. Il 42% è persuaso che il lavoro per la moglie sia soddisfazione, necessità per il 40. Per le donne infatti la situazione è più netta: il 56% vive il proprio mestiere come soddisfazione e solo il 44 % come una necessità.
Fonte: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/cronaca/mamme-lavoro/mamme-lavoro/mamme-lavoro.html?rss

venerdì 20 febbraio 2009

Mediazione Familiare - Norme per la tutela dei minori e la diffusione della cultura della mediazione familiare

Il Consiglio Regionale del Lazio, presieduto dal vicepresidente Bruno Prestagiovanni, ha approvato a maggioranza la proposta di legge ''Norme per la tutela dei minori e la diffusione della cultura della mediazione familiare''.In otto articoli la legge mira a promuovere il ricorso alla mediazione familiare quale strumento che permetta alle coppie interessate da processi di separazione o divorzio di trovare le basi per un accordo reciproco e duraturo che tenga conto dell'interesse morale e materiale dei figli, in uno spirito di responsabilita' genitoriale condivisa.''Questo testo e' stato ampiamente condiviso - ha spiegato il presidente del Consiglio Guido Milana, primo firmatario - sia all'interno della commissione competente sia con le istanze provenienti dall'esterno, attraverso un lungo percorso di confronto. La Regione interviene per prima in una materia in cui si registra un vuoto legislativo a livello nazionale, centrando l'attenzione, in particolare, sull'aspetto della tutela dei figli, spesso vittime inconsapevoli della frattura del legame coniugale.'' ''Si tratta di un altro impegno importante a favore dei minori - ha aggiunto l'assessore alle Politiche sociali Anna Salome Coppotelli - la legge, infatti, si propone di accompagnare i genitori in un percorso civile di separazione e, soprattutto, di difendere i diritti dei minori.'' ''Questa legge - ha detto, poi, l'assessore all'Istruzione Silvia Costa (Pd) - regolamenta una figura gia' operativa nel territorio regionale, ampliandone le possibilita' di utilizzo attraverso la previsione di un'applicazione anche in ambito scolastico.'' La legge prevede l'istituzione, presso l'assessorato alle Politiche sociali, dell'elenco regionale dei mediatori familiari. ''In questo modo - ha sottolineato Milana - si realizza una prima razionalizzazione dei soggetti abilitati a svolgere l'attivita' di mediazione, permettendo agli ''utilizzatori' di avere una garanzia di qualificazione professionale su una materia vasta e delicata che, avendo a che fare con i minori, non puo' essere trattata da chiunque''. Possono iscriversi all'elenco, infatti, i laureati in discipline psicologiche, sociali o giuridiche in possesso di idoneo titolo di specializzazione ovvero coloro che, all'entrata in vigore della legge, possano vantare almeno due anni di esercizio dell'attivita' di mediatore.E' prevista, inoltre, l'istituzione - presso le Asl - della figura del coordinatore per la mediazione familiare con il compito, tra l'altro, di coadiuvare la Regione nella progettazione di efficaci politiche di sostegno alla vita di coppia, di avviare un dialogo con magistrati e operatori psicosociali che si occupino di procedimenti di separazione in cui siano coinvolti figli minori e di coordinare i mediatori presenti nei distretti socio-sanitari. Un miglior coordinamento dell'intera rete dei servizi sociali, senza ulteriori costi per il pubblico.I piani di zona dei distretti socio-sanitari, infine, possono prevedere l'istituzione di un centro per la mediazione familiare distrettuale che proceda ad attivare servizi di consulenza, ascolto e sensibilizzazione per genitori e minori e a realizzare progetti formativi nelle scuole.Nell'annunciare il proprio voto favorevole il capogruppo Massimo Pineschi (Lista civica Marrazzo-Pd) ha sottolineato che ''si tratta di una legge importante perche' - in presenza di situazioni difficili come sono quelle delle separazioni - e' fondamentale la presenza di un soggetto estraneo agli interessi di parte che cerchi di riportare alla ragionevolezza''.Il capogruppo Udc Aldo Forte, invece, ha dichiarato il proprio voto contrario, affermando che ''le priorita' della Regione, in questo momento di crisi economica, sono altre. Se la Regione si vuole adoperare per sostenere la famiglia puo' utilizzare strumenti diversi''.Il consigliere Claudio Moscardelli (Pd) ha ribadito che ''questa legge e' importante perche' offre un rifermento ai genitori, nella gestione di una situazione complessa, per mantenere relazioni non conflittuali. Per questo voteremo a favore''.Anche il capogruppo An Antonio Cicchetti ha annunciato il proprio voto favorevole ''perche' si tratta di un discreto prodotto legislativo che risponde ad una serie di vuoti che esistono nell'ordinamento. Dobbiamo, pero', verificare periodicamente se le professionalita' indicate siano le piu' idonee e se l'articolato risponda almeno in parte alla casistica che si presenta alle amministrazioni comunali''.
''Si tratta di una legge che per certi versi pone delle perplessita' - ha concluso il consigliere Massimiliano Maselli (Fi-Pdl) - in considerazione del vuoto normativo a livello nazionale. Spero, pero', che questa legge, che e' importante, sia di stimolo anche per il parlamento a legiferare in tempi brevi in materia''.
Articolo tratto da: http://www.asca.it/

Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale > Scarica qui la brochure di presentazione dell'Associazione Andromeda

giovedì 22 gennaio 2009

Mediazione familiare


L’art. 155 sexies, comma II, cod. civ., introdotto dalla legge 8 febbraio 2006 n. 54 sull’affidamento condiviso dei figli, dispone che “Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli”.

Raggiunto l’accordo con la mediazione familiare si avvia un procedimento di separazione consensuale o di divorzio congiunto evitando, così, i tempi e costi di procedimenti contenziosi quali la separazione ed il divorzio giudiziale.L’intervento di mediazione può avere due finalità differenti:
consentire alle coppie di coniugi che hanno deciso di separarsi o divorziare di raggiungere un consenso reciproco sulle relative condizioni, beneficiando dei vantaggi delle procedure di risoluzione delle controversie senza ricorrere a lunghi e faticosi procedimenti giudiziari,
verificare le possibilità di riconciliazione.
L’attività di mediazione viene svolta generalmente da uno o due mediatori (avvocati o psicologi). Nell’arco di 4/6 incontri si affrontano, assieme ai coniugi, le problematiche insorte con l’obiettivo di supportare i coniugi stessi nell’individuazione e adozione di scelte autonome e consapevoli, in relazione alle condizioni della loro separazione


Vuoi avere informazioni in merito al servizio?


lunedì 19 gennaio 2009

Il fascino indiscreto della droga


Basta con la storia della droga e del disagio, della sfiga e della vergogna. Ai ragazzi l'abuso piace. Intriga, affascina e tira dentro. Dici droga e gli adolescenti sorridono: dà euforia, allegria, relax, piacere, soddisfazione. "Lascialo stare quello è un tossico", nei corridoi delle scuole non lo si sente più. E non si pensi alle brave scolare pronte a salvare i compagni dalle cattive compagnie, sono loro quelle più a rischio: al pari dei maschietti subiscono il fascino dell'eccesso, ma lo conoscono molto prima. Va a finire che nelle scuole di Parma a 17 anni, 8 ragazzi su 10 bevono, 2 su 10 prendono regolarmente una sbornia; la metà fuma e si fa le canne, l'8,1% ogni tanto si tira coca, il 4,6% cala, l'1,9% si spara eroina. Il preservativo è un optional.Sesso, droga, fumo, alcol e sentimenti degli adolescenti. Il Centro studi farmacotossicodipendenze e disturbi del comportamento dell'Ausl di Parma insieme al Dipartimento di psicologia dell'università hanno voluto analizzare proprio il rapporto che lega il mondo del vizio, del disordine all'immaginario giovanile. Sentimenti come vergogna, paura, tristezza non rientrano nel carnet degli stati d'animo dei giovani orientati allo sballo, gratificati dal piacere drogato. I ragazzi enfatizzano le emozioni positive e sminuiscono quelle negative, le componenti della condanna sociale svaniscono, offuscate da nuovi miti, modelli, successi. "Ma cosa pretendiamo - si domanda Simone Bertacca, curatore della ricerca - se condanniamo chi butta una cicca per terra e veneriamo le modelle cocainomani? Viviamo in una società che sempre di più tende a punire, con le patenti a punti, gli alcol test, l'inasprimento delle leggi. Temo però che i buoi siano già scappati. Assistiamo a un 'nuovo disagio', figlio dei nostri tempi, che nasce dall'assenza di eccesso: se non si sta troppo bene si finisce per star male".Quello di Parma è forse il più grande studio mai realizzato in Italia sul fronte dell'analisi della percezione dei comportamenti a rischio negli stessi adolescenti. Hanno partecipato le terze, quarte e quinte classi di diversi istituti superiori della città: 1.292 studenti (36% maschi e 64% femmine), di età compresa tra i 15 e i 22 anni (17,5 anni l'età media). Hanno risposto, su autorizzazione dei genitori e nell'anonimato, a un questionario sulle loro abitudini e atteggiamenti. E il quadro che ne è venuto fuori è stato definito "inquietante" dagli stessi ricercatori (oltre a Simone Bertacca, Pietro Pellegrini, Barbara Branchi Matteo Mossini dell'Ausl e Annalisa Pelosi, Giovanni Nichelini e Carlo Pruneti della facoltà di Psicologia).Quasi l'80% dei giovani beve almeno occasionalmente alcol, solo il 42% afferma di non essersi mai ubriacato, il 18% segnala episodi regolari di abuso (una o più volte al mese). Si beve soprattutto nel weekend (47%) e in occasioni particolari (31%), quasi sempre con gli amici (78%). Poco meno della metà dei ragazzi fuma (44%), di questi il 56% consuma fino a mezzo pacchetto al giorno. La prima sigaretta a 14 anni. Alcol e fumo spesso insieme, aumentando - sostengono gli studiosi - la probabilità di arrivare alle sostanze illegali: l'8,1% usa cocaina, il 4,6% ecstasy, l'1,9% l'eroina. Numeri più bassi, ma "sottostimati - assicura Bertacca - quell'8% nella realtà diventa 15". Si tratta di un abuso costante solo nell'1% dei casi, ma il fenomeno non distingue tra generi: ragazzi e ragazze hanno comportamenti similari. "Anzi - continua lo psichiatra - per le donne il rischio è maggiore: crescono prima e da giovanissime cominciano a frequentare i gruppi dei 'grandi'. È provato che la pubertà precoce è un fattore di rischio". La cannabis è familiare al 46,4% degli intervistati (più delle sigarette) e il 16% si sballa più volte a settimana. La "droga legale" si incontra a 14, quella leggera a 15, quella pesante a 16.Non va meglio sul fronte della sessualità. Si fa l'amore per la prima volta a 15 anni (un giovane su due ha avuto rapporti sessuali completi), ma senza avere coscienza del rischio legato alle malattie sessuali. L'80,1% dei giovani di Parma non si ritiene a rischio contagio, nonostante uno su tre dichiari di avere avuto rapporti occasionali non protetti e uno su due di non aver mai o quasi usato il profilattico.Generazione inabile a comprendere il rischio. Sia che si tratti di droghe leggere o pesanti, i ragazi enfatizzano le sensazioni, le emozioni positive. Le associano all'euforia, all'allegria, al relax, al piacere, sminuendo la noia, la vergogna, la paura, il disgusto: impressioni marginali nel loro immaginario. Chi ha fatto o fa abitualmente uso di sostanze tende ad amplificare la distorsione: attribuisce alla condotta una valenza positiva e si autoassolve in nome del "branco", sottostima i pericoli associati all'abuso e il rischio di dipendenza. Drogarsi non è più considerato un comportamento socialmente reprensibile: la vergogna è costantemente agli ultimi posti tra le emozioni richiamate, in particolare tra i consumatori.Da qui, la domanda: che fare? Curare? "E come si fa a curare uno normale". È la provocazione di Bertacca, che segue tra gli altri anche l'enfant prodige Matteo Cambi finito a disintossicarsi alla comunità di Betania. "Bisogna educare, questo sì. Ci passa sotto gli occhi un'adolescenza orientata al piacere immediato, forte, composta da individui narcisi e indifferenti, spavaldi. Dall'altra parte, però, vedo un mondo adulto incapace di supportare lo sviluppo dei giovani, profondamente immerso in un modello di cattivi maestri o peggio ancora, di buoni maestri di cattivi insegnamenti".

Essere tristi è necessario... per capire la differenza!


La tristezza è parte della condizione umana ed è funzionale e necessaria per godere della felicità e per un corretto sviluppo emotivo. "Quando si individua un tratto così profondamente conservato nella biologia dell'uomo, bisogna presumere che è un tratto selezionato dall'evoluzione e come tale necessario alla sopravvivenza", ha dichiarato Jerome Wakefield della New York University e coautore del libro "The loss of sadness: how psychiatry transformed normal sorrow into depressive disorder", la cui traduzione in italiano sarebbe "La perdita della tristezza: come gli psichiatri hanno trasformato il normale dolore dell'anima in malattia depressiva". Wakefield e altri psicologi che sostengono l'importanza di vivere ogni emozione, anche quelle più negative, sono stati intervistati sull'ultimo numero della rivista NewScientist. Nella società moderna la tristezza è diventato uno stato d'animo da evitare. In tutti i modi possibili. Ci si può distrarre evitando di pensare e riempiendosi la giornata di appuntamenti e di cose da fare. Molti scelgono anche, in maniera incauta e superficiale, di usare pillole che stabilizzano l'umore agendo direttamente sui centri nervosi di produzione e regolazione dei neurotrasmettitori. Eppure è esperienza comune di ciascuno come, nei momenti di difficoltà o di tristezza, la percezione del mondo è diversa e talvolta più profonda. Non è un caso, infatti, che gli artisti esprimono il meglio della loro produzione proprio nei momenti di maggiore difficoltà più che quelli di felicità. Secondo alcuni neurologi vi è un motivo biologico che spiega il legame tristezza-creatività: la riduzione dei livelli di cortisolo tipica dei momenti di tristezza attiva i centri nervosi della creatività mentre riduce l'attività di quelli che stimolano la socialità, la fame e l'attività fisica. La tristezza, l'introspezione e i momenti di solitudine, quindi, sono funzionali a guardarsi dentro e fare il punto su di sé, per poi riprendere e andare avanti. Attenzione, però, se una sana dose di tristezza è necessaria, tutti gli esperti sono d'accordo nel dire che se si è di fronte ad una diagnosi di depressione allora è necessario sottoporsi a terapie adeguate.

Fonte: Marshall J. Is it really bad to be sad? NewScientist 14 gennaio 2009.http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=24252

giovedì 15 gennaio 2009

Apprendimento e ricordi. Un "centralino" ferma il caos


Una lotta costante fra vecchio e nuovo. Succede continuamente nel cervello quando due diversi tipi di memoria - il recupero di ricordi immagazzinati e l'apprendimento di nuove esperienze - cercano di attivarsi nello stesso momento.La capacità di imparare cose nuove, ricordando contemporaneamente informazioni acquisite, è data per scontata nell'uomo, eppure alla base di un comportamento comune, che entra in gioco in quasi tutte le situazioni sociali - come durante una conversazione, quando si ascoltano nuove informazioni e se ne recuperano di già note per preparare la risposta successiva, oppure quando ci si trova a guidare in una città sconosciuta, interpretando segnali stradali noti - c'è un meccanismo complesso, in cui il recupero di una nozione e l'apprendimento di un dato nuovo si trovano in competizione.Una ricerca scientifica pubblicata su PLoS Biology ha ora "fotografato" in modo chiaro questa lotta. E suggerisce che a mantenere l'ordine nel cervello intervenga una sorta di "centralino" che risolve il conflitto, attivando rapidamente l'una o l'altra funzione. "E' la prima conferma chiara, sia da un punto di vista comportamentale che neurologico" spiega Sander M Daselar, del centro di neuroscienze dell'Istituto Swammerdam dell'Università di Amsterdam, co-autore dello studio.Insieme a Willem Huijbers, Cyriel M. Pennartz, sempre dell'ateneo olandese, e al collega Roberto Cabeza della Duke University a Durham, in North Carolina, Daselar ha sottoposto un gruppo di giovani a un esperimento: venivano mostrate una serie di parole su uno schermo e i partecipanti allo studio dovevano rapidamente ricordare se avevano studiato in precedenza tali parole o meno. Simultaneamente, sullo sfondo dello schermo apparivano delle immagini colorate. L'attività del loro cervello è stata monitorata attraverso una risonanza magnetica funzionale. Dopo lo scan, i partecipanti a sorpresa hanno dovuto rispondere ad un altro test di memoria, che questa volta riguardava le immagini.Risultato? E' più difficile imparare a riconoscere le immagini se allo stesso tempo si è impegnati nel ricordare una parola. Allo stesso modo, se si dimentica la parola diventa più facile apprendere l'immagine. E quando si recuperano ricordi, si "spegne" l'attività del cervello collegata all'apprendimento, spiegano i ricercatori."Nonostante il chiaro meccanismo di competizione - spiega sempre Daselar - alcune persone riuscivano comunque ad apprendere e a ricordare allo stesso tempo. Allora abbiamo iniziato a cercare se ci fosse una specifica area cerebrale responsabile". E l'hanno trovata: c'è una regione del cervello che risulta attiva sia durante l'apprendimento che durante il ricordo, ed è situata nella parte frontale sinistra del cervello.Secondo gli scienziati è proprio quest'area, la corteccia prefrontale ventrolaterale, a regolare le due diverse modalità della memoria, permettendo il passaggio rapido dall'una all'altra. "La cosa interessante è che questa regione è risultata coinvolta in modo specifico in quelle persone che mostravano una soppressione minima della capacità di apprendere. In queste persone, quindi, la competizione fra ricordo e apprendimento è minore rispetto agli altri, perché il "centralino" permette loro di apprendere e ricordare quasi contemporaneamente, passando rapidamente da un processo all'altro", dice ancora lo scienziato.E' un'area già nota ai ricercatori: i pazienti in cui è danneggiata hanno difficoltà ad adattarsi rapidamente a nuove situazioni, mentre tendono a seguire vecchie regole. Spesso risulta alterata nelle persone anziane, che mostrano minore flessibilità quando è richiesto un rapido passaggio dall'apprendimento alla memoria come, ad esempio, mentre si segue una conversazione, che diventa in questo caso necessariamente più lenta e difficoltosa."E' una regione del cervello chiamata direttamente in causa anche in una serie di disturbi dell'impulsività e compulsività e nel disturbo ossessivo", aggiunge il professor Stefano Pallanti, dell'Università di Firenze, direttore dell'Istituto di neuroscienze. "Se funziona in modo anomalo, dà origine ad una serie di disturbi". Capirne meglio il funzionamento, con ulteriori studi, potrebbe portare a comprendere più a fondo le conseguenze pratiche nei pazienti che non riescono a passare dall'una all'altra modalità di memoria in modo corretto e a scoprire se il "centralino" può essere migliorato attraverso l'allenamento.
Fonte: http://www.repubblica.it/

lunedì 12 gennaio 2009

Il cervello ricorda in maniera diversa in giovani e anziani


Uno studio del Duke University Medical Center ha mostrato che giovani e anziani utilizzano il cervello in maniera diversa al momento di memorizzare le emozioni negative. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Psychological Science, e aiuterebbe a spiegare i cambiamenti nelle connessioni cerebrali che avvengono con il passare degli anni.Ad alcuni anziani di circa 70 anni e ad alcuni giovani intorno ai 24 anni sono state mostrate diverse fotografie. Alcune immagini rappresentavano paesaggi naturali neutri, altre avevano un contenuto fortemente negativo, come serpenti nell’atto di mordere e corpi mutilati. Mentre contemplavano le immagini, tutti erano sottoposti ad una risonanza magnetica funzionale che mostrava l’attività cerebrale. Successivamente è stato chiesto ai partecipanti di ricordare alcune delle immagini ed è stato registrato il numero d’immagini neutre e negative ricordate da ogni gruppo d’età. I ricercatori hanno scoperto che il cervello dei giovani, per immagazzinare e ricordare le immagini, usa le aree cerebrali normalmente associate alla memoria e alla generazione di emozioni. Gli anziani, invece, mostrano minori connessioni tra queste due aree ma una maggiore attività della corteccia prefontale, responsabile del pensiero razionale. Il fatto che gli anziani utilizzino di più l’area relativa al pensiero rispetto a quella relativa alle emozioni “potrebbe in parte spiegare perché mostrano una minore capacità di ricordare le immagini con un contenuto emotivamente negativo”, spiega Roberto Cabeza, coautore dello studio. “Probabilmente gli anziani hanno imparato a prestare meno attenzione alle emozioni negative in modo da mantenere inalterato il loro benessere e il loro stato emotivo; in cambio hanno sacrificato l’accuratezza della memoria”. Fonte: St. Jaques PL, Dolcos F, Cabeza R. Effects of aging on functional connectivity of the amygdala for subsequent memory of negative pictures: a network analysis of functional magnetic resonance imaging data. Psychological Science 2008; doi: 10.1111/j.1467-9280.2008.02258.x .http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=24120

Pubblicato da Andromeda Associazione Culturale
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Legge 194/1978 e pillola RU486


I dati relativi al 2007, con un totale di 127.038 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG), evidenziano un ulteriore calo del 3% rispetto al dato definitivo del 2006 (131.018 casi) e un decremento del 45,9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all'IVG (234.801 casi). Il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l'indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all'IVG, nel 2007 è risultato pari a 9,1 per 1.000, con una diminuzione del 3,1 rispetto al 2006 (9,4 per 1.000) e del 47,1% rispetto al 1982 (17,2 per 1.000).Continua la diminuzione delle IVG tra le donne italiane: i dati definitivi relativi all'anno 2006 evidenziano infatti 90.587 IVG, con una riduzione del 3,7% rispetto al 2005 e di oltre il 60% rispetto al 1982, anno in cui più numerose sono state le IVG. Viceversa, le IVG sono incrementate tra le donne straniere: in totale 40.431 nel 2006 (+4,5% rispetto al 2005), pari al 31,6% del totale (nel 2005 erano il 29,6%).Il medico ha un ruolo importante nell'informare le donne, che si rivolgono a lui, preventivamente sui metodi contraccettivi ed in caso di gravidanza indesiderata sulle procedure legali di interruzione volontaria previste dalla legge n. 194/1978.La legge n. 194 del 22 maggio 1978 (GU n. 140 del 22/05/1978) ha stabilito le norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza, affermando i principi che lo Stato garantisce il diritto alla procreazione responsabile e cosciente, riconosce il valore sociale della maternità, tutela la vita umana dal suo inizio e non considera l'interruzione volontaria di gravidanza un mezzo per il controllo delle nascite.La somministrazione su prescrizione medica dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori, nelle strutture sanitarie e nei consultori.Per l'interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni, la donna che si trovi in circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute o alle sue condizioni economiche o sociali o familiari o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico o ad una struttura socio-sanitaria abilitata o ad un medico di sua fiducia.Di fronte alla richiesta della donna di interrompere volontariamente la gravidanza entro i primi 90 giorni per motivi psichici, fisici, economici, sociali o familiari, il medico compie gli accertamenti sanitari necessari, valuta le circostanze che hanno indotto alla richiesta di IVG, informa la donna sui suoi diritti, sulle procedure e sulle strutture di riferimento a cui può accedere. Infine il medico rilascia un certificato all'assistita (art. 5), firmato anche dalla richiedente, attestante lo stato e l'epoca di gravidanza, l'avvenuta richiesta di IVG e la invita ad una pausa di riflessione di sette giorni in merito alla sua decisione, salvo casi d'urgenza da attestare nello stesso certificato.Trascorsi i sette giorni (salvo i casi d'urgenza), la donna può presentarsi con il certificato medico presso una delle strutture sanitarie autorizzate ai sensi dell'art. 20 della legge n. 132 del 12/2/1968 per praticare l'interruzione volontaria della gravidanza.Salvo i casi di urgenza in cui il medico può rilasciare il certificato senza altre formalità anche a persona minorenne, se una minorenne adduce seri motivi per non informare le persone che esercitano su di lei la potestà o tutela, il medico invia una relazione corredata del proprio parere al Giudice Tutelare presso il Tribunale locale, che entro cinque giorni autorizza l'intervento.In assenza di urgenza e di seri motivi controindicanti, se la donna ha meno di 18 anni è richiesto l'assenso di chi esercita la potestà o la tutela sulla donna stessa. Se la donna è interdetta è necessario sentire il parere del tutore e trasmettere entro sette giorni dalla richiesta di IVG una relazione al Giudice Tutelare, che decide entro cinque giorni dal ricevimento della stessa. Il certificato costituisce titolo per ottenere l'intervento di interruzione o, se necessario, il ricovero ospedaliero.L'interruzione volontaria della gravidanza dopo i primi tre mesi può essere praticata solo in caso di grave pericolo di vita per la donna o di grave pericolo di salute per la donna o di gravi malformazioni del nascituro, accertati direttamente dallo specialista ginecologo ospedaliero, il quale solamente può praticare l'interruzione volontaria di gravidanza, previa verifica dell'inesistenza di controindicazioni sanitarie.Il personale sanitario non è tenuto a prender parte alle procedure di certificazione e di pratica dell'interruzione volontaria di gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, salvo quando il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo di vita. Sono invece tenuti in ogni caso ad assicurare l'interruzione volontaria di gravidanza gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate (queste ultime non possono superare il tetto del 25% del totale degli interventi chirurgici praticati nell'anno precedente).L'interruzione volontaria di gravidanza può essere praticata con il tradizionale metodo chirurgico per aspirazione, oppure con il metodo farmacologico, mediante l'uso sequenziale di mifepristone (RU486) e misoprostol. Il mifepristone (RU486) è uno steroide sintetico (emivita 18-20 ore), in grado di bloccare l'azione del progesterone che mantiene la gravidanza e di conseguenza inibisce lo sviluppo embrionale e determina un distacco della mucosa endometriale simile a quello che avviene durante la mestruazione.L'effetto del mifepristone (RU486) viene aumentato dalla successiva somministrazione di prostaglandine che determinano contrazioni uterine, favorenti l'espulsione dell'embrione e dell'endometrio distaccatosi. Le prostaglandine sono risultate meglio tollerate per via vaginale rispetto alla via orale, gravata da maggiori effetti collaterali quali nausea e diarrea. Delle due prostaglandine disponibili, misoprostol e gemeprost, la prima è risultata più efficace.Una revisione sistematica di 39 studi clinici randomizzati, che ha valutato regimi diversi di trattamento farmacologico dell'aborto, ha dimostrato che la somministrazione orale di una singola dose di 200 mg di mifepristone (RU486), seguita dopo 36-48 ore da una singola dose di 800 mg di misoprostol per via vaginale risulta efficace e sicura nell'indurre l'aborto farmacologico entro le otto-nove settimane di gravidanza.Il confronto tra le due opzioni per l'induzione dell'aborto nella stessa epoca gestazionale non mostra differenze significative di rischio nei paesi dove il mifepristone (RU486) è già in uso, ma evidenzia la tendenza ad ottenere l'aborto in epoche gestazionali più precoci.Il confronto tra la metodica chirurgica e quella farmacologia riguardo gli effetti collaterali ha rilevato che l'induzione dell'aborto con mifepristone (RU486) e misoprostol comporta un'aumentata durata dell'emorragia e più dolore, diarrea e vomito, ma su oltre 460.000 aborti farmacologici che si stima siano stati praticati negli USA, sono stati segnalati solo alcuni casi di setticemia fatale da Clostridium bordelli, senza febbre, attribuiti al ruolo del mefipristone (RU486) su cortisolo e citochine.Comunque nel 2007 la Food and Drug Administration (FDA), ha concluso l'analisi di questi casi affermando che i benefici del mifepristone (RU486) sono superiori ai potenziali rischi (www.fda.gov). Infatti il mifepristone (RU486) è stato inserito già nel 2006 dall' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nell'elenco dei farmaci essenziali per la salute riproduttiva (www.who.int) ed il suo uso è stato approvato dalla FDA (www.fda.gov) per l'aborto farmacologico fino al 49° giorno (nove settimane) a partire dall'ultima mestruazione. L'eventuale impiego del mifepristone (RU486) in epoche gestazionali successive (dopo le nove settimane) comporta una riduzione di efficacia.L'aborto farmacologico è autorizzato e quindi praticabile in molteplici paesi, mentre in Italia per il mifepristone (RU486) l'approvazione di questa sua indicazione clinica è attualmente in itinere, intralciata da ostruzionismi "burocratici".In relazione alla prossima commercializzazione e quindi disponibilità del farmaco Ru486, comunque resta il fatto che la sua utilizzazione nel rispetto delle procedure previste dalle legge 194 (certificato medico, pausa di riflessione di sette giorni, sede ospedaliera per la somministrazione farmacologica) porrà dei problemi pratici di complessa risoluzione. Infatti il periodo ottimale di utilizzo della pillola Ru486 è entro le otto-nove settimane di gravidanza iniziale, per cui la possibilità di somministrazione si giocherà sempre -alle attuali condizioni- sul filo del tempo consentito.Gli ostruzionismi nei confronti della pillola RU486 nascondono il timore che l'aborto farmacologico renda inappropriato (e quindi uno spreco) che la donna si ricoveri in ospedale e quindi si teme la messa in discussione (ed eventuale modifica) della legge 194/1978 nella direzione dell'ampliamento della libertà di scelta -da parte della donna- del medico e del luogo di cura: sono infatti le acquisizioni tecniche ed in questo caso mediche che hanno l'intrinseca capacità di modificazione di equilibri, basati sulla farraginosa burocrazia e su pretese di controllo della sessualità di donne ed uomini.
Fonte: http://www.agenziaradicale.com/